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L’esperienza che l’uomo fa dell’opera d’arte e la filosofia che sottostà all’immagine come si specificano quando il cristiano sperimenta l’arte sacra in cui è il Mistero a essere interpretato e comunicato, o cosa succede se ne è privato?
Quante domande in una domanda: ma la densità semantica è la caratteristica dell’arte, specie della sacra. L’arte è un passaggio dalla materia allo spirito, ma, rispetto alla pura astrazione intellettuale, ha la peculiarità – tutta sua – di essere non solo un varco, ma un varco di per sé bello, non solo una perforazione astrattiva (è una perforazione astrattiva il normale processo con cui cogliamo nei nostri discorsi le essenze delle cose), ma una perforazione astrattiva che di suo è incantevole, non solo una breccia, ma una breccia che aggiunge al volo dell’intelletto la leggiadria.
L’arte è fatta dalla bellezza, no? Attraverso il suo commovente passaggio l’uomo vede, incantato, qualcosa che non è solo qualcosa, ma è qualcosa di bello, e attraverso l’adorabile squarcio della bellezza dell’arte sacra l’uomo vede non solo la verità, ma lo splendore della verità, ossia la verità con un valore aggiunto: la sua avvenenza. Dunque c’è una (delicatissima) corrispondenza tra arte e verità: più densa la verità della cosa da dire, più splendida la bellezza dell’arte per dirla. Questo è il primo punto di cui impossessarsi in la bellezza che ci salva, e per questo gli dedico lì tutto il Proemio.
L’arte, si veda, da p. 115, il § 28, Eccole, le sorgenti della Bellezza: sono i quattro Nomi dell’Unigenito di Dio, è l’espressione di una verità, e, posto che la verità più decisiva, più centrale e più profonda è quella nascosta nel Mistero, l’arte riceverà la sua pienezza più satura e ridondante da quella verità che più di ogni altra richiede di manifestarsi, di parlare, di esprimersi, cioè propriamente di fare «arte», che è appunto la verità nascosta dal Mistero, la verità divina.
Arte e verità sono metafisicamente inscindibili, anche se da tempo è stata tentata, col relativismo e il soggettivismo cartesiani, la loro scissione, ed è stata tentata, da un secolo, persino nella Chiesa. Con l’arte ci si avvicina al dogma e Paolo VI, rivolgendosi agli artisti il 17 maggio 1964, rileva: «E se Noi mancassimo del vostro ausilio [artistico], il ministero diventerebbe balbettante e incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza di espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte».
Come mai oggi l’arte sacra balbetta? Perché, all’opposto di ciò che temeva Paolo VI, oggi a mancare di certezze, a mancare di dogma è proprio la pastorale di quel magistero che dovrebbe guidarla. Si restituisca al dogma la sua potenza e anche l’arte tornerà a splendere commovente e luminosa come prima. La forza di ciò sta nel fatto che la causa dell’arte non è naturale, ma soprannaturale: così come risiede nel Logos la causa del contenuto di un’opera d’arte, della nozione che essa esprime, dell’idea che la germina (come dicevo: del dogma), così pure, in parallelo, la causa della forma dell’arte sboccia dall’Imago.
Cos’è l’Imago? È il secondo dei quattro Nomi o qualità sostanziali dell’Unigenito di Dio (a questi quattro Nomi e al loro valore per dar vita a una filosofia dell’estetica trinitaria e dunque compiutamente cattolica dedico tutto il primo capitolo del libro, Alle origini della Bellezza). È per questa comune e contemporanea origine trinitaria sia della Bellezza che della Verità che il cristiano riceve dall’arte e specialmente dall’arte sacra che le esprime un insegnamento magisteriale denso di verità – come sottolinea anche Benedetto XVI, vedi p. 166 – tanto e a volte persino ben più dell’insegnamento magisteriale classico.
E se dunque l’arte, come avviene oggi, non parla, o parla poco, o male, o con segni e linguaggi inadeguati al suo compito e alla comprensione dei fedeli, a rendersi muta in realtà è la verità stessa, è il Mistero, è cioè il dogma: la responsabilità della caduta dell’arte, specie della sacra, nella bruttezza, è della Chiesa di oggi, vedi il § 60, Se Giotto fosse stato Andy Warhol o Haring, Michelangelo Renzo Piano o Fuksas, Palestrina Argüello o Frisina. È come se con l’arte, in altre parole, si sia ammutolita la Chiesa. È come se la nostra Chiesa, senza più voce, senza più il limpido timbro del dogma, senza la sonorità cristallina della parola assoluta e si può dire quasi deiforme, si sia messa a parlare a gesti. Chi l’ascolta più?
Lei condivide il pensiero di alcuni pittori moderni che in vario modo hanno affermato che l’arte non rappresenta solo ciò che si vede ma l’Invisibile che è nel visibile?
Come ho detto, l’arte è un canale privilegiato attraverso cui si manifesta a noi l’atto d’amore del Mistero, dell’Invisibile per eccellenza: anzi, discendendo direttamente da Imago, il secondo Nome dell’Unigenito, simmetrico a Logos, e da Splendor, il terzo (il quarto è Filius), l’arte è il luogo più carismatico dell’epifania divina: bisogna considerare che chiamiamo col Nome Imago lo Specchio che riflette nel Figlio il Verbum della Mente del Padre, e che indichiamo col Nome Splendor
la divina Luce, il fulgore spirituale attraverso cui le due Persone si conoscono e, nella Terza, si amano.
Da questa conoscenza tra le due Persone, che nell’Imago, alla luce di Splendor si autorimirano nelle loro sublimi Paternità e Figliolanza, nasce nel Creato l’arte, a partire da quella sacra. Una volta incarnata tra noi, l’ineffabile “Arte” che è, agli occhi delle tre divine Persone, l’Imago del Figlio splendente di Luce, rappresenta nella materia natura sua, per sua natura, l’Invisibile nel visibile.
Però l’Invisibile nel mondo dev’essere rappresentato attraverso ciò che i sensi vedono, cioè sempre attraverso il visibile, e non mai attraverso segni, convenzioni e simboli che pretenderebbero di mostrare con la loro presenza visibile una loro natura invisibile, nascosta, come reclamano di fare da decenni gli artisti con i segni astratti dell’omonima arte, o di quella dadaista, o della surrealista, o della concettuale, o della “povera” e via enumerando, giacché anche l’arte è soggetta al principio aristotelico-tomista per il quale la verità delle cose è conosciuta dall’intelletto solo e sempre astraendo attraverso i sensi le essenze invisibili delle cose a partire dalla loro materiale visibilità (cfr. T. d’Aquino, S. Th., I, 84, 7). Ogni altro procedimento artistico, per quanto spesso estremamente affascinante, incantevole, persino commovente, è gravemente sviante e fuorviante dalla realtà: è soggettivo, illusorio, relativista, vedi il § 15: Se non è garantita la verità non lo è neanche la bellezza, pp. 57-60, o il 37: Quella volta orribile e deprimente che ci vuole nascondere (in una chiesa) la ss. Trinità, pp. 154-59, o il 50: Secondo Intermezzo. La disparità tra «tradizione» e «audacia» ci trascina negli abissi della bruttezza, pp. 223-34, o il 59: Vandali ordinari e arcivandali misoneisti, pp. 266-86.
La santità di Dio, la sua trascendenza e tutta la serie degli attributi che possono essere predicati, come incontrano il Bello, come si concretizzano o manifestano nelle molteplici espressioni del bello? La suprema trascendenza di Dio viene diminuita dall’espressione artistica dell’uomo o il bello che egli rappresenta è uno strumento per tentare di esprimere la stessa alterità di Dio?
La risposta si trova nei termini in cui è posta la domanda: al contrario dell’immanentismo spinoziano-kantiano che va oggi per la maggiore infiltrandosi anche nelle cattedrali cattoliche, noi siamo costantemente dinanzi alla suprema trascendenza di Dio, che però appunto, in quanto infinitamente trascendente, è da noi diviso abbastanza da farci capire che anche la più sublime delle espressioni artistiche con cui proviamo a rappresentarlo – o a rappresentare una conseguenza qualsiasi della sua infinita misericordia, per esempio Maria Vergine (le sublimi Madonne con Bambino di Agnolo Gaddi, di Zanobi Strozzi, di Giovanni Bellini, di Botticelli) – non è che un passaggio verso l’arcano, verso il mistero, ma solo un passaggio, ed esso stesso è arcano, è mistero, ma non ancora Quell’Arcano, Quel Mistero, tanto che, come si sa, per certi versi un’opera d’arte sfugge anche a chi l’ha ideata.
Come il pensiero è dono del Logos, l’arte (e in generale il linguaggio) è dono dell’Imago, e in entrambi si riscontra sia la familiarità di un campo d’azione che ci è connaturale – pensiero, arte e linguaggio ci sono ovviamente connaturali –, sia l’alterità di un campo d’azione che ci è donato, ossia la cui sopravvenente connaturalità con la natura divina avviene per grazia: Dio stesso si riserva di muovere i nostri cuori di fedeli, di artisti o di uomini di Chiesa verso il bene, e verso il Bene ultimo che Egli stesso è, attraverso la parola dei predicatori, uomini di Chiesa o pittori che siano, perché, come dice il filosofo luganese Romano Amerio (1905-1997), «la parola è più ed è prima del parlante»: è una parola increata; ma, per quel che si è detto, essa è anche un’increata immagine. Come si sa, tutte le parole e le immagini di verità prima di essere nel mondo sono pensate in Dio, Logos/Imago del Padre San Tommaso utilizza lo strumento dell’analogia per spiegare come le trascendenti verità e bellezza di Dio (Logos/Imago del Padre) possano essere espresse negli inchiostri e negli ori di noi poveri umani, adoratori suoi, senza creare indebite confusioni tra Dio e creazione. L’arte – la poesia, il lirismo, la bellezza, l’incanto, o comunque si voglia chiamare il passaggio inafferrabile a noi vicino-lontano delle nove Muse – è propriamente questa analogia.
«La bellezza ferisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo» (Joseph Ratzinger). L’arte, come la fede, ha lo scopo di far fremere, di scuotere, di ferire?
Ci sono due modi per ferire il cuore dell’uomo: o con il bene, o con il male. L’arte e la fede hanno lo scopo di ferirlo con il bene. E non solo l’arte e la fede, cioè la bellezza e la verità, ma anche l’amore, anzi, si direbbe, soprattutto l’amore, perché con l’amore, gravido come si suppone sia di bellezza e di verità, sia vinta Laodicea, sia vinta cioè la tiepidezza, travolta la banalità, annientata la neutralità, scacciata la dabbenaggine. La bellezza, lo si è visto, non è di questa terra, ma del Cielo, come la verità e insieme alla verità.
La bellezza ferisce perché e tanto quanto ferisce la verità, che però a sua volta si manifesta con l’avvenenza della bellezza. La freccia della bellezza è un dardo tanto più aurico tanto più essa bellezza prevale, domina sulla verità, come nelle Madonne che si diceva dello Strozzi o del Giovanni Bellini, annientanti.
Ma la bellezza non è circoscritta alle arti figurative, alla musica, all’architettura: quante volte siamo incantati dalla bellezza di un ragionamento? quante da un gesto? e non diciamo forse della vita di un santo “Che bell’esempio”? Proprio così, perché la bellezza è, come dice san Tommaso (cfr. De potentia, 7, 2, ad 9), ciò per il cui piacere si gioisce e ci si allieta, feriti a subita vista, e le profondità dell’anima vengono trafitte, stordite dalla letizia anche solo di una parola allorché questa manifesta all’anima, attraverso il modo con cui si presenta, ossia attraverso il suo aspetto, il suo volto, la sua bellezza, potentemente una qualche realtà.
Ma da qui si capisce che allora la bellezza è sempre dietro una verità anche quando non ci sono pennelli, perché è la verità in sé che, con la sua manifestazione, deve forzosamente utilizzare gli elementi propri alla bellezza: nel momento in cui ci si manifesta un logos, una verità, questo logos, questa verità assume i contorni e l’aspetto della sua definizione, assume cioè un’immagine (una imago), e – secondo momento – con tale immagine essa si mostra, si manifesta, e in ciò utilizza una luce (uno splendore), e in tal modo il nostro assunto – il nesso tra verità e bellezza – è spiegato.
Così si capisce perché l’arte ferisce il cuore e specialmente si capisce che questo, di ferire il cuore, è proprio il suo scopo, è lo scopo dell’arte (ma non lo scopo di molta arte dell’ultimo mezzo secolo, che infatti, tranne rari esempi (vedi p. 274), più non commuove nessuno): già, perché la bellezza porta in sé – e col suo splendore illumina – un contenuto nozionale di una qualche realtà, quel che diciamo una verità, e la verità – repetita iuvant – ha il grave compito di dover ferire l’uomo nel profondo perché deve potergli portare dentro la realtà, deve compenetrarlo di realtà, e questo è l’amore: la verità deve legare all’uomo la realtà in un solido e indistruttibile vincolo d’amore, quindi vincolo non esterno ma interno, intimo, e di ciò è la bellezza a essere il sommo se non l’unico strumento. Questa la tesi di fondo del libro.
Il volto di Cristo «è l’immagine del Dio invisibile» (Col 1, 15): Dio che ha l’immagine carnale in Cristo. Dio è nell’ “immagine” di Cristo che riflette il mistero?
Cristo, proprio in quanto «immagine del Dio invisibile», è il principio di tutti i nostri ragionamenti precedenti, è il nodo cruciale, l’incrocio centrale di tutto ciò che è stato detto. Egli non solo riflette il Mistero, ma lo è: la sua incarnazione ferisce la natura e, si badi, la ferisce, ossia la penetra fin nel più profondo del cuore, portandole vita a lei che era morta, travasandole sangue a lei esausta, immettendole forza a lei ormai ridotta a rena buona solo a essere dispersa. Tutto ciò e altro ancora, ovvero tutto quello che si dice di lui nella Scrittura, nella Patrologia, nella Tradizione, nella teologia, nella preghiera, nel Rito, Egli lo è proprio e soltanto per via del fatto che una delle quattro qualità sostanziali, uno dei quattro Nomi dell’Unigenito di Dio, è l’Imago che si diceva.
Perché questo? Perché, come dice san Tommaso: «Il concetto dell’intelletto implica somiglianza con il soggetto da cui procede [ossia, nel caso di Dio, con la Mente che è il Padre; nel caso dell’uomo con la cosa appresa]» (S. Th., I, 35, a. 2), che è a dire che se c’è connaturalità, come c’è e dev’esserci, tra Figlio e Padre, tra Concetto (o Verbo) e Intelletto (o Mente), essa è dovuta precisamente alla somiglianza; ma a cosa è dovuta la somiglianza di un concetto «con il soggetto da cui procede» se non al fatto che il concetto è, nella sua definizione, nei suoi confini e nel suo aspetto, un’immagine? Solo un’immagine infatti, e non un concetto, dà luogo alle qualità e quantità su cui si determinano le eguaglianze e le differenze tra concetti che li distinguono uno dall’altro.
Dunque non si ha somiglianza senza immagine, non concetto senza somiglianza e da qui senza immagine; senza concetto, poi, non si ha verità, e senza verità non si ha riscontro con le cose, per cui senza immagine non si ha niente: non solo non si ha il creato, ma neanche si ha Dio, posto che Dio, come si può e anzi post Revelationem si deve dimostrare con i dati portati da Cristo (v. Inos Biffi, Come e perché esiste solo la verità dei Tre, «L’Osservatore Romano», 16 settembre 2011, a tardiva conferma, ma autorevole, della tesi portante del mio IL
MISTERO DELLA SINAGOGA BENDATA, INTRODUZIONE di Antonio Livi, Effedieffe, Milano 2002), posto che neanche Dio esisterebbe, dicevo, se Egli non fosse anche questa qualità sostanziale specifica per la quale Egli è Parola, è Verbo, è Logos, ma prima ancora (nel senso visto) è Imago, è Volto, è Somiglianza.
La liturgia è il luogo in cui le arti sono state convocate. È il luogo in cui è necessario ritornare alla bellezza per dare dignità al dramma della celebrazione del Cristo. La liturgia è forse la grande via in cui l’arte e la fede si incontrano nell’incarnazione di Cristo? Difficoltà.
Proprio così: da quel che si è detto, se Cristo porta sulla terra le divine qualità del Monogenito del Padre e con esse «ricapitola» in sé (Ef 1, 9) ogni creatura, ebbene, tutto ciò lo compie proprio nel santissimo Sacrificio della Croce e poi nel Rito liturgico che ne consegue. Siamo all’apice, alla vetta (terrena) della Verità rivestita dagli ori della Bellezza: come mai «la liturgia è – come dice lei – il luogo in cui le arti sono state convocate»? Perché le arti sono state convocate là dove maggiormente si addensa il Mistero che hanno il compito di svelare e per il quale esse stesse esistono.
Ma oggi le arti, per dirla chiara, tradiscono se stesse, la Chiesa e l’umanità, e perpetrano questo triplice tradimento in due modi: in un primo, allontanandosi, come da almeno tre secoli si sono allontanate, dalla liturgia e dal compito primario cui, come ben dice lei, erano state «convocate», essendosi messe, per converso, a tematizzare e illustrare sempre più l’uomo e i luoghi materiali e simbolici ma naturalistici dell’uomo e non più Dio e i luoghi materiali e simbolici trascendenti di Dio, e questo è un allontanamento per così dire estrinseco, esterno alla liturgia, e intrinseco, interno alle arti; in un secondo modo poi attraverso la stessa liturgia, con quella che il cardinale Ratzinger definì «una devastazione, una fabbricazione banale del momento» (gli estremi a p. 44 del mio libro), parlo del Novus Ordo Missæ, ossia, sostanzialmente, presentandosi con una nuova estetica liturgica tutta sbilanciata sull’uomo invece che su Dio (su Dio Trinità), e ciò ha introdotto nel culto un elemento naturalistico e nella Chiesa una mentalità naturalistica conseguente; in tale secondo modo l’allontanamento delle arti dalla liturgia è intrinseco alla liturgia ed estrinseco alle arti, ma sempre di tradimento o almeno di voltafaccia estetico si tratta, se consideriamo per esempio il giro di orbita degli altari da ad Deum com’era a ad populum, lo sterminio quasi totale delle genuflessioni, il permesso di toccare le sacre Specie anche alle mani dei fedeli eccetera (vedi p. 53 del libro). Una nuova e diversa teologia impronta una nuova e diversa estetica, che è a dire una nuova e diversa ‘filosofia della conoscenza estetica’ che influisce e determina un approccio alle arti anch’esso del tutto nuovo e, quel che più conta, diverso (vedi il secondo capitolo, Tradizione e audacia).
Sulla rigorosa base scientifica della scoperta di Imago quale imprescindibile veicolo estetico-formale del Logos, il libro può denunciare senza tema il distanziamento dalla realtà irrazionale (perché fuorviante e sviante) operato in liturgia (da qui divaricandosi in teologia per il suo contenuto e in arte per la sua forma) con la «fabbricazione» del Novus Ordo Missæ, distanziamento evidenziato in specie dal carattere preso dalle arti: apofatico, o, come dice il cardinale Ratzinger nel suo Introduzione alla Liturgia, «aniconico». Ma un’arte apofatica nei contenuti e aniconica nella forma è sostanzialmente e formalmente anticristica. Difatti, sul piano teologico la gente non crede più alla Presenza reale, e sull’artistico non vede più ciò che sopra è stato chiamato «l’Invisibile nel visibile».
Le difficoltà per l’arte di «ritornare alla bellezza per dare dignità al dramma della celebrazione di Cristo», come ben dice lei, sono enormi. Bisogna ricominciare dal dogma: solo il ripristino universale dell’unica forma liturgica adeguata al dogma, il Rito cui si nega il carattere ordinario che natura sua gli è proprio, consentirà alle arti di riscattarsi dal fango di insipienza, di relativismo estetico e, diciamolo pure, di spappolata bruttezza di cui sono lordate. Naturalmente non sarà questa la via perseguita, e gli uomini che governano attualmente la Chiesa continueranno a percorrere la via che sinteticamente possiamo chiamare dei «Cortili dei gentili», di Assisi, del richiamo alla fede in un comune denominatore soprannaturale che ormai è chiamato soltanto, molto genericamente, “Dio”, tralasciando il richiamo alla fede precisamente in Cristo. Via che dicono di combattere ma che invece, percorsa come vuol essere con un’ostinazione degna di miglior causa, non farà che spingere ulteriormente nel guazzo del relativismo le arti, e, quel che è infinitamente più grave – lo illustro che più chiaramente non si può nei §§ 59 e 60 su vandali e arcivandali – in quella stessa mota anche «il luogo in cui le arti sono state convocate».
Ma la Chiesa prima o poi dovrà tornare forzosamente al dogma e dovrà tornarvi perché il dogma è l’abito divino che la riveste natura sua, per natura. È già successo cento e mille volte che anche i Papi dessero indicazioni dottrinali spinti più dalle opportunità delle circostanze storiche che dalle pure esigenze della fede, vedi Leone III e la questione del Filioque, ma questi cedimenti sono sempre stati limitati nel tempo e non hanno mai scalfito la sostanza né della fede né della Chiesa. È segnato dunque che gli ori della bellezza liturgica tornino a risplendere e a commuoverci. Noi non li vedremo, ma torneranno: è solo questione di tempo.
Enrico Maria Radaelli
(Pagina protetta dai dirritti editoriali).
* * *
BIBLIOGRAFIA DI ENRICO MARIA RADAELLI.
31 GENNAIO 2012.
* Enrico
Maria Radaelli, docente di Filosofia dell’estetica,
e direttore del Department of Æsthetic Phylosophy of International Science and Commonsense Association (Rome),
ha collaborato per tre anni alla cattedra di Filosofia della conoscenza
tenuta da Antonio Livi (sezione Conoscenza estetica) della Pontificia
Università Lateranense.
Si riporta qui di seguito il catalogo di
tutte le sue pubblicazioni, di cui si danno tutti
i ragguagli nelle pagine apposite di CONVIVIUM:
LA BELLEZZA CHE CI SALVA.
La forza di Imago, il secondo Nome dell’Unigenito di Dio, che,
con Logos, può dar vita a una nuova civiltà, fondata sulla bellezza.
Pro manuscripto (Prefazione di Antonio Livi), Milano 2011, in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp. 336, € 35 (Hoepli - Coletti); in allegato La via soprannaturale per riportare pace tra prima e dopo il Vaticano II; tre gli obiettivi del libro: primo: riconosciuto il peccato d’omissione compiuto dalla Gerarchia dando, dal Vaticano II a oggi, un insegnamento “pastorale” invece che dogmatico, si dimostra che (anche per riavere la bellezza nel mondo) è assolutamente indispensabile ripristinare tutta la pienezza del dogma, a partire dalla liturgia; ecco come: secondo obiettivo, individuazione delle ‘Origini della Bellezza’ scoperte da san Tommaso nei quattro Nomi dell’Unigenito di Dio: Imago, Logos, Splendor e Filius: Imago (Immagine) è il Volto, la Forma e l’Espressione del Logos, del contenuto di ogni cosa e la prima fonte della verità; terzo obiettivo: esplicitare oggi il “criterio pratico” usato da sempre dalla Chiesa per fare e far fare bellezza nella pienezza della verità: dalla più sublime opera d’arte alla più semplice quotidianità, il binomio « tradizione e audacia » (riconosciuto autorevolmente anche dal cardinale Gianfranco Ravasi nel corso del Seminario di studi ratzingeriani tenuto nella Biblioteca del Pontificio Consiglio per la Cultura il 14 luglio 2010) circoscrive l’ambito in cui si deve muovere un artista per fare dell’arte e ogni uomo per muoversi verso un futuro di verità.
tutta la chiesa in uno iota.
Postfazione allo “Iota unum” di Romano Amerio.
Lindau, Torino 2009, pp. 673-714 di 752, € 29; i punti salienti sono tre: 1): dimostrazione che Amerio, con la « dislocazione della divina Monotriade », ha individuato la chiave della crisi della Chiesa (e, da qui, del mondo); 2): dimostrazione che Amerio ritiene del tutto impossibile, per decreto divino, ogni rottura della continuità della Chiesa, fosse anche solo di uno iota; 3): esposizione della chiara soluzione che Amerio dà alla crisi con la « Legge della preservazione storica della Chiesa », riscontrabile a p. 28 del libro: un ritorno su tutta la linea al magistero dogmatico di sempre.
stat veritas, mendacium fugit .
Postfazione allo “Stat Veritas” di Romano Amerio.
Lindau, Torino 2009, pp. 176-252 di 272, € 19,50; lo scetticismo e il relativismo denunciati da Amerio come inibitorii della forza della ragione danno luogo all’‘orrore assoluto e universale per qualsiasi novità’, cioè al misoneismo nell’arte – sacra o profana che sia –, con grave ricaduta nella liturgia, nella dottrina, nell’etica, nel comportamento sociale e nell’individuazione dei valori vivificanti.
la soprannaturale armonia tra intelletto e realtÀ.
Postfazione allo “Zibaldone” di Romano Amerio.
Lindau, Torino 2010, pp. 462-583 di 615, € 32; in undici capitoli è illustrata la relazione tra intelletto e verità; la verità chiede all’intelletto di ogni uomo di entrarvi e di prenderne possesso con i pensieri, i giudizi e la conoscenza fatti; viene anche chiarita la dimensione ecclesiale che la verità ha con l’uomo: dogmatizzare è la soluzione della crisi della Chiesa e un’esigenza caritativa sia verso la verità divina che verso l’uomo che la deve apprendere.
sacro
al calor bianco. La Messa di san Pio V e la Messa di Paolo VI
alla luce della filosofia dell’Æsthetica trinitaria.
Pro
manuscripto, Milano, 2008, in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp. 189, € 23; in appendice il Breve esame critico del Novus Ordo Missæ dei cardinali Bacci e Ottaviani; la bellezza e la congruità della liturgia risplendono solo quando l’imago, l’immagine, o volto della singola Messa, è in continuità con la liturgia della Croce e della Trinità (come nel Rito detto Gregoriano, o Tridentino) e non è inficiata in nulla da ‘intenzioni seconde’, per giunta protestantizzanti (come nel Novus Ordo Missæ di Paolo VI); è sviluppata anche la soluzione ameriana (v. la Postfazione a iota unum) del grave problema dato dall’autorità del Papa allorché questi dovesse cadere nell’errore e poi anche, come oggi, insegnarlo.
INGRESSO
ALLA BELLEZZA. Fondamenti a un'estetica trinitaria.
Prefazione di Elio Franzini), Fede & Cultura, Verona, 2007, esaurito; seconda ed. pro manuscripto in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp.
399, € 30; per la prima volta nella storia della filosofia è mostrata la fondamentale unità tra pensiero e realtà, a partire da san Tommaso: il Figlio di Dio ha nome non solo Verbum (Logos, Pensiero), ma anche Imago (Specchio, Volto); da questi due Nomi divini è delineata una nuova gnoseologia “æsthetica” e una Teoria generale del linguaggio umano e dell’arte: linguaggio umano e arte sono metafora della realtà; la Teoria si fonda su valori dati soltanto dalla Trinità; la conoscenza è strumento decisivo – contro le dottrine relativiste dominanti – per innalzare l’uomo dalla vita terrena a quella eterna attraverso quella « adæquatio rei et intellectus » (adesione alla realtà) intravista da Aristotele e compiuta da Cristo; si mostra come Caravaggio, pittore cattolico, possa confutare il relativismo erroneo ed eretico di Cartesio e di Kant.
ROMANO
AMERIO. della veritÀ e dell’amore.
Marco
Editore, Lungro di Cosenza, 2005; pp. 340, €
25; (Introduzione di Antonio Livi), Marco Editore, Lungro di Cosenza 2005;
è il primo testo in cui vien fatta emergere in tutta la sua portanza di tesi centrale di Amerio, la « dislocazione della divina Monotriade », o « questione del Filioque », dove l’amore prende il posto del Verbo; Interventi appositi di don Divo Barsotti e dei vescovi Mario Oliveri
e Antonio Santucci; sono date le più ampie notizie sul pensiero del Luganese; le uniche due interviste
(a « Sì sì no no
» e a « Il Sabato »), le tre recensioni
su fogli cattolici (« Civiltà Cattolica
», « Jesus » e quella, censurata,
per « L’Osservatore Romano »), il Piccolo glossario per la lettura di Iota unum e l’elenco di tutte le sue opere filosofiche.
IL
MISTERO DELLA SINAGOGA BENDATA.
(Introduzione di Antonio Livi) Effedieffe Edizioni, Milano, 2002;
(esaurito); seconda ed. pro manuscripto, Milano 2010, in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp. 410, € 35; due le novità di questo libro controcorrente: 1): Dimostrazione filosofica dell’affermazione teologica di san Tommaso: « Dio è le tre Persone » (S. Th. I, 39, 6), da cui la tesi dell’Autore: « Dio, se non è trino, nemmeno è » (tesi oggi professata anche dal celebre teologo mons. prof. Inos Biffi, v. « L’Osservatore Romano » del 16-9-11 e del 16-1-12, che però si guarda bene dal citare il Radaelli e di giungere alle conseguenze logiche cui dovrebbe con lui giungere); eguaglianza tomista e tesi filosofica mostrano l’illogicità dei due monoteismi “secchi” Ebraismo e Islam, privi delle tre Persone divine, portatori di ideologie improprie, non conformi alla realtà e gravemente alienanti; 2): L’Introduzione di Antonio Livi, che nell’espressione « le tre grandi religioni monoteiste » evidenzia il pericolo di indifferentismo religioso e dogmatico e sollecita la discussione di un libro divergente rispetto alle “guide lines” religiose dominanti: il saggio è per Livi di un « eccezionale rigore logico […] e dunque la ‘dottrina della sostituzione’ – conclude il Decano di Filosofia alla Lateranense – va mantenuta ».
Tra le sue conferenze (v. hortus conclusus):
in
principio era il verbo, non l’amore.
errori
dalla ‘dislocazione’ delle essenze trinitarie.
Relazione
al Convegno voluto dal Centro Studi Oriente Occidente
su Romano Amerio nel X anniversario della morte: Romano
Amerio, il Vaticano II e le variazioni nella Chiesa
cattolica del XX secolo, Ancona, 9 novembre 2007 (Atti editi da Fede & Cultura, Verona 2008;
p. 23 di pp. 78-91 di 145, € 20).
ROMANO
AMERIo, veritÀ e tradizione.
Relazione
al Convegno italo-svizzero su Romano Amerio nel I centenario della sua nascita, Romano Amerio. L’Umanista, il Luganese, il Cattolico, Lugano, 24 gennaio 2005 (Atti editi in coedizione da « Cenobio » - Casagrande, Lugano - Milano 2005; pp. 45-53 di 87, € 18).
metafisica delle tre “grandi religioni monoteiste”:
cristianesimo, ebraismo e islam.
Conferenza al Circolo Tradizionalista Agostino De Torri,
Biblioteca di San Giovanni Evangelista
(Parma, 30 ottobre 2004).
Tra i suoi articoli (v. aculeus):
La via soprannaturale per riportare pace
tra prima e dopo IL VATICANO II.
Testo pubblicato in Italia su « Fides catholica », dicembre 2011, n. 2.
Texte publié en France dans « Catholica », décembre 2011.
Dopo il Vaticano II, dice Amerio, nella Chiesa non vi è né rottura con la Tradizione (tesi della Scuola di Bologna), né “riforma nella continuità” (tesi dell’attuale magistero), ma uno studiato e grave mélange tra rottura de facto e continuità de voce, per rigettare il quale tutti i “tradizionisti” del mondo dovrebbero convergere in un’unica Rete con l’obiettivo di ristabilire il clima dogmatico indispensabile alla Chiesa per proseguire la sua missione.
Il
giardino della bellezza ha una chiave antica.
Proseguono
i contributi sulla centralità del Bello nella città, nella cultura e nell’arte. Qui è ripreso l’antico quesito: se effettivamente la proporzione aurea sia il “metro
estetico” universale, dunque valido anche oggi, e perché, e dove ancora abiti (« Il Domenicale
», anno 7, n. 24, 14 giugno 2008, pp. 8-9).
l'architettura
del bello e del vero.
Come
scoprire nell’edificio sacro il volto dell’Eterno.
(«
L’Osservatore Romano », 4-5 febbraio 2008, p. 4). Tit. orig.: In una cupola il segreto del secondo Nome del Figlio di Dio.
una
tela appoggiata ai vangeli.
L’invisibile
verità si fa immagine nell’opera di Caravaggio.
(« L’Osservatore
Romano », 14 febbraio 2008, p. 4). Tit. orig.: Caravaggio, la Chiesa e la conoscenza delle cose.
quella
volta radiosa che esprime l’incontro
tra
terra e cielo
Arte sacra e origini della bellezza.
(« L’Osservatore
Romano », 12 giugno 2008, p. 5).Tit. orig.: L’origine
della Bellezza.
splendore e mistero di un sorriso.
Filosofia estetica e teologia trinitaria dei Quattro Nomi
dell’Unigenito. (« L’Osservatore
Romano »,
30 settembre 2009, p. 4).Tit. orig.: Il sorriso della Bellezza
in Dio e nella Chiesa e società d’oggi.
GNOSEOLOGIA
E TRINITÀ: SUL METODO DELLA FILOSOFIA CRISTIANA
IN
TOMMASO E BONAVENTURA
« Aquinas
», settembre 2003 (Pontificia Università
Lateranense); e « Sensus Communis », vol. 5, marzo 2004, n. 1.
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