(Pagine I-VI del libro.)
* * *
L’importante testo di Enrico Maria Radaelli affronta una questione
nodale, che è senza dubbio, in prima istanza, di carattere teologico. Tuttavia, e in questo è l’originalità
e la ricchezza del libro, la teologia è vista da una prospettiva “estetica”, consapevoli che la bellezza dovrà
portare luce e sostanza, meglio illuminando il percorso. La prospettiva tomista in cui l’Autore si pone, partendo dal presupposto
che il tomismo completa con la ragione, qui e subito, ciò che il bagliore accecante del mistero nasconderebbe, rende il
fascino di questo testo godibile anche a chi ha scarse conoscenze teologiche o, più semplicemente, vuole comprendere il
significato metafisico del bello, dell’arte e dell’estetico, il senso di sacralità che in questi orizzonti
si diffonde.
Uno dei presupposti del volume di Radaelli, che ne sottolinea l’attualità,
e il suo inserirsi nel vivo dei dibattiti estetici dei nostri tempi, è il concetto di immagine, che si pone a discrimine
e passaggio tra due enti. Infatti, come si sottolinea, non vi sarebbero due enti se non vi fosse un’immagine, poiché
essa richiede un esemplare e una copia. Né vi sarebbe passaggio, perché, senza la somiglianza
data dall’immagine, non vi sarebbe quella relazione che accosta un termine a un altro. Immagine è dunque parola simbolica
che origina l’esigenza di una sua trasposizione. E il valore simbolico dell’immagine diviene il luogo teorico
su cui si gioca il senso profondo del simbolo come logos che si fa carne. In questo trasformarsi della parola in immagine
sensibile si inserisce la funzione che l’arte figurativa ha rivestito per la storia del simbolo in Occidente, il cui luogo
originario – e non a caso la parola che indica questo orizzonte è divenuta quasi un sinonimo del simbolo stesso –
è l’icona, e le dispute che la battaglia iconoclasta ha creato.
Il discorso aperto da questa disputa è dunque, in primo luogo, quello
dei limiti conoscitivi della sensibilità, di quell’aisthesis che già il pensiero filosofico della Grecia
classica osservava con quelle preclusioni di cui il platonismo è attestazione evidente. Per gli iconoclasti le immagini
non hanno un valore educativo e, di conseguenza, il loro abuso in questa direzione gnoseologica e trascendente è pericoloso
e dannoso, al punto da segnare un allontanamento dalla verità. Per i loro oppositori, invece, le immagini sensibili, enfatizzando
il ruolo che Gregorio Magno attribuiva alla pittura, quello cioè di illustrare le storie sacre agli analfabeti, di avvicinarli
mediatamente alla complessità del vero, del logos, hanno una specifica funzione educativa, che introduce il loro
valore veritativo. Radaelli mostra quindi non solo la liceità “teologica” dell’immagine, ma anche il
ruolo essenziale che essa assume quale “porta regale” per la Bellezza, divenendo in tal modo un fondamentale veicolo
gnoseologico.
L’estetico, con le sue immagini, è allora il punto di avvio per
un suo trascendimento simbolico, che può tuttavia verificarsi solo in presenza dell’immagine stessa. Questo paradigma,
che ha elementi ossimorici e paradossali, è all’origine di gran parte del pensiero occidentale e della funzione in
esso rivestita dalla presenza sensibile: una presenza che, seguendo l’insegnamento tomista qui interpretato, trasforma il
bello nello splendore di uno sposalizio dell’intelletto con la realtà. Il libro di Radaelli insegna che le singole
immagini artistiche, proprio per la loro variata complessità, paradossalmente mostrano che quel loro aspetto che ne sottolinea
il carattere rappresentativo non è sufficiente per esibire la varietà semantica dell’immagine stessa. Ciò
significa che queste immagini possono e debbono essere sottoposte ad altre forme di analisi, in questo caso teologica, che indaghino
tutte quelle dimensioni che, se descrittivamente presenti, autorizzano il riconoscimento della “forma simbolica”.
Il senso simbolico delle immagini, di conseguenza, non deriva soltanto dalla
loro capacità di costruire una base estetico-affettiva comune e fungente, tantomeno da “pregiudizi” metafisici,
ma dal fatto che, su tale fondamento estetico, possono avviarsi molteplici genesi assiologiche, che delineano i valori (e le funzioni),
possibili e reali, attribuibili agli “sfondi” su cui le rappresentazioni si offrono percettivamente. In queste analisi
descrittive, l’al di là delle immagini, in tutta la sua varietà, non è un assoluto astratto, bensì
si esibisce attraverso molteplici contenuti spirituali, individuati a partire dalle mutevoli qualità estetiche degli oggetti.
Dobbiamo essere consapevoli, come scrive Radaelli, che la vita è imperniata sulla relazione, in particolare sulla relazione
con la realtà. E, in tale relazione l’uomo, innanzi alla natura, la “interpreta”, ovvero la mette
dentro la propria mente utilizzando le imagines, trasforma queste in verba, in parole mentali, per poi riconvertere
i verba in imagines, in segni, i quali escono di nuovo in res (suoni o altre cose che siano), creando il
linguaggio.
Senza dubbio l’uomo desidera parlare attraverso la poiesis, producendo
oggetti, ma questo desiderio poietico è il segno di una sempre viva tensione al bello: ma una tensione che, come è
evidente nelle bellissime pagine dedicate a Caravaggio, parte dal “reale”, che è il “metodo”, la
strada, per conoscere sia la natura sia il suo “sopra”. Questa bellezza “reale” è come la grazia
di cui parla Schiller, un gioco serio in cui dialogano piacere e dolore, volontà e ragione, ponendosi, come traccia del
suo essere sublime, in quanto « calma nella sofferenza ». Ma una calma che non può pacificarsi in una
forma ideale: infatti, scrive Schiller, « dove grazia e dignità si uniscono, noi veniamo alternativamente
attratti e respinti, attratti come spiriti, respinti come nature sensibili ». Il loro incontro non è il momento
corale della conciliazione, che accetta la povertà, la morte, il destino: è, invece, la consapevolezza della scissione,
lo sguardo di una sensibilità che non sa più riconoscersi in un ordine cosmico, ricerca di una misura sempre minacciata.
L’arte è ciò che riesce a esibire in forme, in figure, questo dissidio, ponendo la sua forza verso la costruzione
di una forma: forza poietica che sa porre la differenza della bellezza, perché sempre ricorda la povertà da cui
è nata. Come ben ha compreso Spinoza la beatitudine che deriva dal rapporto con il bello è amore per Dio –
amore con cui Dio ama se stesso, non in quanto infinito, ma in quanto « può essere manifestato attraverso l’essenza
della mente umana, considerata sotto specie di eternità ». La beatitudine è dunque l’essenza comune
tra uomo e Dio, confronto tra il piano antropologico e quello trascendente e, al tempo stesso, consapevolezza che la conoscenza
ha “gradi”, e che la letizia di questa conoscenza passa attraverso una genesi erotica che conosce elementi bassi e
poveri, che sono il conatus verso l’accrescimento dell’essere.
In quello scritto di frate Francesco noto come “Testamento” vi
sono parole da cui ripartire: « Il Signore così diede a me, fratello Francesco, di iniziare a fare penitenza,
poiché, essendo nei peccati, mi sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi. E lo stesso Signore mi condusse in mezzo a loro
e feci misericordia con loro. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi si trasformò in dolcezza di
animo e di corpo. E poi un poco ristetti e uscii dal secolo ».
Francesco sta qui ricordando, dopo vent’anni, quel che accadde nel 1205,
anno in cui entrò in contatto con i lebbrosi. Francesco ha bisogno, per uscire dal secolo, di essere consapevole della
povertà e della miseria del corpo, di sentire il corpo: non il corpo trionfante nella bellezza della forma, ma quei
corpi che sono per lui un segno concreto del divino. È la povertà della bellezza che gli permette di comprendere
l’Incarnazione di Cristo. Ma questa scelta corporea non è la scelta nichilista verso un’assenza né l’estetistica
opzione per una necessità ineluttabile, bensì un conformarsi alla realtà povera del mondo, quindi, come sarà
in Spinoza, l’accettazione attiva di una necessità. Una necessità che è senza dubbio “pazzia”,
ma che, nella scelta della povertà assoluta del corpo malato come proprio referente mondano, diviene un conatus
per comprendere il senso stesso del mondo là dove esso appare nel suo volto esteticamente più autentico.
È questa consapevolezza che Francesco recupera quando, nei momenti
di crisi spirituale, perde la sua letizia: sceso dalla Verna, dove nel 1224 ricevette le stimmate, Francesco ringrazia Dio per
avergli concesso un regno fatto di “infermità e tribolazione”. Ed è in questo stato d’animo che
compone quello straordinario inno alla bellezza che è il Cantico di frate Sole. La parola “bello”, nella
poesia di un uomo morente, toccato nel corpo quasi come i lebbrosi dai quali prese avvio la sua conversione, torna qui per ben
tre volte, per il sole, la luna e le stelle e per il fuoco: una tensione erotica, un conatus d’amore, che si conclude –
attraverso un’opera d’arte, ma guardando il reale in tutti i suoi aspetti e strati – ancora una volta con una
“beatitudine”. Perché beati sono quelli che lodano tale bellezza, ricordando le terzine dell’undicesimo
canto del Paradiso, che Dante dedica alle nozze tra Francesco e Povertà. Nozze, dunque, ancora una volta, ma con
ben diversa contestualizzazione simbolica – non perché sia diverso il senso del simbolo, ma perché il simbolo
ha qui conosciuto il diavolo, e con esso sa di doversi sempre confrontare: « la lor concordia e i lor lieti sembianti,
/ amore e maraviglia e dolce sguardo / facieno esser cagion di pensier santi ».
L’ingresso alla bellezza, alla sua concreta realtà, e alla divinità
di questa realtà, alla relazione Verbum-Imago che l’attraversa, ci permette di comprendere, con la lettura
del volume di Radaelli, che la bellezza non è il piacere delle forme, bensì, in quanto “grazia”, è
offerta, disponibilità nei confronti del mondo, travaglio e potenziale tragicità del finito che la attraversano
con i loro dissidi, con scale di valori tra loro in dialogo. È quindi la struttura ideale, il nome generale di un percorso
progettuale che trova i suoi specifici riempimenti nel divenire complesso di forme culturali, religiose, simboliche. Struttura,
quindi, che ha elementi storici come sue componenti costitutive e che, di conseguenza, richiede differenti disposizioni tra le
parti, differenti modi di esibire i nessi spirituali ed estetici che costituiscono l’intero. Bellezza e linguaggio sono
allora astrazioni se poste al di fuori dei processi di genesi veritativa di un senso che non può avere una sola dimensione:
sono, appunto, lo scenario di un dialogo che le forme simboliche esibiscono con i loro dissidi e la contestuale capacità
che essi hanno di ricondursi, senza perdere il senso stesso del percorso, in “forma”, in “beatitudine”.
Baudelaire scrive che « siccome ogni secolo e ogni popolo ha avuto
la propria bellezza, noi dobbiamo avere per forza la nostra ». Nell’epoca delle “folle”, in cui nelle
stesse strade circolano “tipi umani” estremamente differenziati, di cui è difficile costituire una “tipologia”,
non si può pensare che la bellezza sia un’entità astratta, da queste folle lontana. La modernità, scrive
Baudelaire, « è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra
metà è l’eterno e l’immutabile ». In questo contesto la bellezza, per riprendere Stendhal,
è una promessa di felicità, non un possesso sicuro: una promessa che si confronta con le situazioni contingenti
che la società ha costruito, con il trucco, l’artificiale, con tutti quegli elementi che fanno parte della quotidianità
e che non possono venire scotomizzati per non perdere la realtà stessa e il suo senso. Ebbene, il volume di Radaelli ci
permette di comprendere che, anche nella contingenza dei nostri tempi la bellezza può avere una sua eternità: un’eternità
che va però indagata, cercata e costruita.
Elio Franzini
Docente di Filosofia estetica
presso la Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università degli Studi di Milano
(Pagina protetta dai dirritti editoriali).
* * *
BIBLIOGRAFIA DI ENRICO MARIA RADAELLI.
31 GENNAIO 2012.
* Enrico
Maria Radaelli, docente di Filosofia dell’estetica,
e direttore del Department of Æsthetic Phylosophy of International Science and Commonsense Association (Rome),
ha collaborato per tre anni alla cattedra di Filosofia della conoscenza
tenuta da Antonio Livi (sezione Conoscenza estetica) della Pontificia
Università Lateranense.
Si riporta qui di seguito il catalogo di
tutte le sue pubblicazioni, di cui si danno tutti
i ragguagli nelle pagine apposite di CONVIVIUM:
LA BELLEZZA CHE CI SALVA.
La forza di Imago, il secondo Nome dell’Unigenito di Dio, che,
con Logos, può dar vita a una nuova civiltà, fondata sulla bellezza.
Pro manuscripto (Prefazione di Antonio Livi), Milano 2011, in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp. 336, € 35 (Hoepli - Coletti); in allegato La via soprannaturale per riportare pace tra prima e dopo il Vaticano II; tre gli obiettivi del libro: primo: riconosciuto il peccato d’omissione compiuto dalla Gerarchia dando, dal Vaticano II a oggi, un insegnamento “pastorale” invece che dogmatico, si dimostra che (anche per riavere la bellezza nel mondo) è assolutamente indispensabile ripristinare tutta la pienezza del dogma, a partire dalla liturgia; ecco come: secondo obiettivo, individuazione delle ‘Origini della Bellezza’ scoperte da san Tommaso nei quattro Nomi dell’Unigenito di Dio: Imago, Logos, Splendor e Filius: Imago (Immagine) è il Volto, la Forma e l’Espressione del Logos, del contenuto di ogni cosa e la prima fonte della verità; terzo obiettivo: esplicitare oggi il “criterio pratico” usato da sempre dalla Chiesa per fare e far fare bellezza nella pienezza della verità: dalla più sublime opera d’arte alla più semplice quotidianità, il binomio « tradizione e audacia » (riconosciuto autorevolmente anche dal cardinale Gianfranco Ravasi nel corso del Seminario di studi ratzingeriani tenuto nella Biblioteca del Pontificio Consiglio per la Cultura il 14 luglio 2010) circoscrive l’ambito in cui si deve muovere un artista per fare dell’arte e ogni uomo per muoversi verso un futuro di verità.
tutta la chiesa in uno iota.
Postfazione allo “Iota unum” di Romano Amerio.
Lindau, Torino 2009, pp. 673-714 di 752, € 29; i punti salienti sono tre: 1): dimostrazione che Amerio, con la « dislocazione della divina Monotriade », ha individuato la chiave della crisi della Chiesa (e, da qui, del mondo); 2): dimostrazione che Amerio ritiene del tutto impossibile, per decreto divino, ogni rottura della continuità della Chiesa, fosse anche solo di uno iota; 3): esposizione della chiara soluzione che Amerio dà alla crisi con la « Legge della preservazione storica della Chiesa », riscontrabile a p. 28 del libro: un ritorno su tutta la linea al magistero dogmatico di sempre.
stat veritas, mendacium fugit .
Postfazione allo “Stat Veritas” di Romano Amerio.
Lindau, Torino 2009, pp. 176-252 di 272, € 19,50; lo scetticismo e il relativismo denunciati da Amerio come inibitorii della forza della ragione danno luogo all’‘orrore assoluto e universale per qualsiasi novità’, cioè al misoneismo nell’arte – sacra o profana che sia –, con grave ricaduta nella liturgia, nella dottrina, nell’etica, nel comportamento sociale e nell’individuazione dei valori vivificanti.
la soprannaturale armonia tra intelletto e realtÀ.
Postfazione allo “Zibaldone” di Romano Amerio.
Lindau, Torino 2010, pp. 462-583 di 615, € 32; in undici capitoli è illustrata la relazione tra intelletto e verità; la verità chiede all’intelletto di ogni uomo di entrarvi e di prenderne possesso con i pensieri, i giudizi e la conoscenza fatti; viene anche chiarita la dimensione ecclesiale che la verità ha con l’uomo: dogmatizzare è la soluzione della crisi della Chiesa e un’esigenza caritativa sia verso la verità divina che verso l’uomo che la deve apprendere.
sacro
al calor bianco. La Messa di san Pio V e la Messa di Paolo VI
alla luce della filosofia dell’Æsthetica trinitaria.
Pro
manuscripto, Milano, 2008, in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp. 189, € 23; in appendice il Breve esame critico del Novus Ordo Missæ dei cardinali Bacci e Ottaviani; la bellezza e la congruità della liturgia risplendono solo quando l’imago, l’immagine, o volto della singola Messa, è in continuità con la liturgia della Croce e della Trinità (come nel Rito detto Gregoriano, o Tridentino) e non è inficiata in nulla da ‘intenzioni seconde’, per giunta protestantizzanti (come nel Novus Ordo Missæ di Paolo VI); è sviluppata anche la soluzione ameriana (v. la Postfazione a iota unum) del grave problema dato dall’autorità del Papa allorché questi dovesse cadere nell’errore e poi anche, come oggi, insegnarlo.
INGRESSO
ALLA BELLEZZA. Fondamenti a un'estetica trinitaria.
Prefazione di Elio Franzini), Fede & Cultura, Verona, 2007, esaurito; seconda ed. pro manuscripto in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp.
399, € 30; per la prima volta nella storia della filosofia è mostrata la fondamentale unità tra pensiero e realtà, a partire da san Tommaso: il Figlio di Dio ha nome non solo Verbum (Logos, Pensiero), ma anche Imago (Specchio, Volto); da questi due Nomi divini è delineata una nuova gnoseologia “æsthetica” e una Teoria generale del linguaggio umano e dell’arte: linguaggio umano e arte sono metafora della realtà; la Teoria si fonda su valori dati soltanto dalla Trinità; la conoscenza è strumento decisivo – contro le dottrine relativiste dominanti – per innalzare l’uomo dalla vita terrena a quella eterna attraverso quella « adæquatio rei et intellectus » (adesione alla realtà) intravista da Aristotele e compiuta da Cristo; si mostra come Caravaggio, pittore cattolico, possa confutare il relativismo erroneo ed eretico di Cartesio e di Kant.
ROMANO
AMERIO. della veritÀ e dell’amore.
Marco
Editore, Lungro di Cosenza, 2005; pp. 340, €
25; (Introduzione di Antonio Livi), Marco Editore, Lungro di Cosenza 2005;
è il primo testo in cui vien fatta emergere in tutta la sua portanza di tesi centrale di Amerio, la « dislocazione della divina Monotriade », o « questione del Filioque », dove l’amore prende il posto del Verbo; Interventi appositi di don Divo Barsotti e dei vescovi Mario Oliveri
e Antonio Santucci; sono date le più ampie notizie sul pensiero del Luganese; le uniche due interviste
(a « Sì sì no no
» e a « Il Sabato »), le tre recensioni
su fogli cattolici (« Civiltà Cattolica
», « Jesus » e quella, censurata,
per « L’Osservatore Romano »), il Piccolo glossario per la lettura di Iota unum e l’elenco di tutte le sue opere filosofiche.
IL
MISTERO DELLA SINAGOGA BENDATA.
(Introduzione di Antonio Livi) Effedieffe Edizioni, Milano, 2002;
(esaurito); Seconda ed. pro manuscripto, Milano 2010, in formato aureo, cm 14 x 25 su carta Pordenone vergata avorio delle cartiere di Cordenons (Friuli), pp. 410, € 35; due le novità di questo libro controcorrente: 1): Dimostrazione filosofica dell’affermazione teologica di san Tommaso: « Dio è le tre Persone » (S. Th. I, 39, 6), da cui la tesi dell’Autore: « Dio, se non è trino, nemmeno è »; eguaglianza tomista e tesi filosofica mostrano l’illogicità dei due monoteismi “secchi” Ebraismo e Islam, privi delle tre Persone divine, portatori di ideologie improprie, non conformi alla realtà e gravemente alienanti; 2): L’Introduzione di Antonio Livi, che nell’espressione « le tre grandi religioni monoteiste » evidenzia il pericolo di indifferentismo religioso e dogmatico e sollecita la discussione di un libro divergente rispetto alle “guide lines” religiose dominanti: il saggio è per Livi di un « eccezionale rigore logico […] e dunque la ‘dottrina della sostituzione’ – conclude il Decano di Filosofia alla Lateranense – va mantenuta ».
Tra le sue conferenze (v. hortus conclusus):
in
principio era il verbo, non l’amore.
errori
dalla ‘dislocazione’ delle essenze trinitarie.
Relazione
al Convegno voluto dal Centro Studi Oriente Occidente
su Romano Amerio nel X anniversario della morte: Romano
Amerio, il Vaticano II e le variazioni nella Chiesa
cattolica del XX secolo, Ancona, 9 novembre 2007 (Atti editi da Fede & Cultura, Verona 2008;
p. 23 di pp. 78-91 di 145, € 20).
ROMANO
AMERIo, veritÀ e tradizione.
Relazione
al Convegno italo-svizzero su Romano Amerio nel I centenario della sua nascita, Romano Amerio. L’Umanista, il Luganese, il Cattolico, Lugano, 24 gennaio 2005 (Atti editi in coedizione da « Cenobio » - Casagrande, Lugano - Milano 2005; pp. 45-53 di 87, € 18).
metafisica delle tre “grandi religioni monoteiste”:
cristianesimo, ebraismo e islam.
Conferenza al Circolo Tradizionalista Agostino De Torri,
Biblioteca di San Giovanni Evangelista
(Parma, 30 ottobre 2004).
Tra i suoi articoli (v. aculeus):
La via soprannaturale per riportare pace
tra prima e dopo IL VATICANO II.
Testo pubblicato in Italia su « Fides catholica », dicembre 2011, n. 2.
Texte publié en France dans « Catholica », décembre 2011.
Dopo il Vaticano II, dice Amerio, nella Chiesa non vi è né rottura con la Tradizione (tesi della Scuola di Bologna), né “riforma nella continuità” (tesi dell’attuale magistero), ma uno studiato e grave mélange tra rottura de facto e continuità de voce, per rigettare il quale tutti i “tradizionisti” del mondo dovrebbero convergere in un’unica Rete con l’obiettivo di ristabilire il clima dogmatico indispensabile alla Chiesa per proseguire la sua missione.
Il
giardino della bellezza ha una chiave antica.
Proseguono
i contributi sulla centralità del Bello nella città, nella cultura e nell’arte. Qui è ripreso l’antico quesito: se effettivamente la proporzione aurea sia il “metro
estetico” universale, dunque valido anche oggi, e perché, e dove ancora abiti (« Il Domenicale
», anno 7, n. 24, 14 giugno 2008, pp. 8-9).
l'architettura
del bello e del vero.
Come
scoprire nell’edificio sacro il volto dell’Eterno.
(«
L’Osservatore Romano », 4-5 febbraio 2008, p. 4). Tit. orig.: In una cupola il segreto del secondo Nome del Figlio di Dio.
una
tela appoggiata ai vangeli.
L’invisibile
verità si fa immagine nell’opera di Caravaggio.
(« L’Osservatore
Romano », 14 febbraio 2008, p. 4). Tit. orig.: Caravaggio, la Chiesa e la conoscenza delle cose.
quella
volta radiosa che esprime l’incontro
tra
terra e cielo
Arte sacra e origini della bellezza.
(« L’Osservatore
Romano », 12 giugno 2008, p. 5).Tit. orig.: L’origine
della Bellezza.
splendore e mistero di un sorriso.
Filosofia estetica e teologia trinitaria dei Quattro Nomi
dell’Unigenito. (« L’Osservatore
Romano »,
30 settembre 2009, p. 4).Tit. orig.: Il sorriso della Bellezza
in Dio e nella Chiesa e società d’oggi.
GNOSEOLOGIA
E TRINITÀ: SUL METODO DELLA FILOSOFIA CRISTIANA
IN
TOMMASO E BONAVENTURA
« Aquinas
», settembre 2003 (Pontificia Università
Lateranense); e « Sensus Communis », vol. 5, marzo 2004, n. 1.
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