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Iota unum il nome del vescovo “resistente” Marcel Lefebvre compare di sfuggita, e soltanto tre volte, nei primi
capitoli. La prima e la terza volta unicamente per significare degli atti del sommo Pontefice Paolo VI: due lettere del ’75
attraverso le quali l’augusto loro Autore prende posizioni che vorrebbero essere ortodosse. La seconda, in nota, accenna
alla proposta (respinta), appoggiata dal vescovo francese, di far precedere l’esposizione della parte pastorale del concilio
Vaticano II da una parte dottrinale che la sostanziasse e determinasse.
Il vescovo Marcel Lefebvre
fece visita a Romano Amerio nell’ ’85, quando ormai il professore, infermo e in parte cieco, iniziava il lento rattrappimento
nella poltrona dove sempre poi lo vedranno gli amici. Il filosofo accolse benignamente, riverentemente, e anche affettuosamente
il vescovo, per cui i due poterono professarsi la reciproca stima. Ma, al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare,
in quelle ore non fu il vescovo a parlare, ma il professore, che lo sopraffece con l’esuberanza della sua esposizione.
Iota unum, studio
che tratta come pochi altri di teologia dottrinale e pratica, studio che anzi si spinge a esporre alla valutazione e al soppesamento
assiologie fondamentali, il rigetto o l’accoglienza delle quali svolgono o precludono la via alla salvezza, non ha mai toccato
la questione costituita dal dissenso interno alla Chiesa. Né lo ha fatto Stat veritas, iniziato quando ormai si
era consumata la scissura tra il Vaticano e il fondatore di Ecône.
Il dissenso nella Chiesa
fu vasto e articolato, ed ebbe origine da uomini dai nomi oggi dimenticati, anche con posizioni dissenzienti dal vescovo il cui
nome poi quasi fagocitò il concetto stesso di tradizionalismo. Amerio è certamente uno di essi: egli può
vantare nei confronti di monsignor Lefebvre una più antica origine nel riconoscere lo sviamento ecclesiale cui resistere,
forse anche una più ferma stabilità della linea di resistenza, infine l’individuazione di una più profonda
causa teologica e metafisica al dovere del dissenso, e persino – notevole contrasto – una più benevola disposizione
a confidare nella correzione degli ecclesiastici criticati, cioè in ultimo una più benevola disposizione a confidare
nella divina Provvidenza, come conclude in una sua intervista a un giornale notoriamente vicino al vescovo.
Un altro generoso resistente
della prima ora fu l’abbé George de Nantes, ben visibile e clamoroso fin dagli anni del concilio, spesso accompagnato
da padre Noël Barbara: egli rigettò fin dal principio tutti i documenti conciliari. 1 [GEORGE
DE NANTES, Lettres à des amis, ]
Un agguerrito gruppo di
cattolici messicani legati all’Università di Guadalajara e all’Unione cattolica Trento nel 1962 (sotto
pseudonimo) diffuse nell’aula conciliare il libro Complotto contro la Chiesa, 2 [MAURICE
PINAY, Complot contra la Iglesia, trad. del dr. Luis Gonzales, Mundo libre, Mexico 1968.] ai fini di contrastare
le trattative del cardinale Agostino Bea, fatte per conto di Giovanni XXIII con le autorità giudaiche, per ottenere un
documento conciliare a favore della loro causa, anzi, piuttosto: che accogliesse il loro punto di vista anche a costo di contraddire
la prospettiva da sempre tenuta dalla Chiesa, cosa che avvenne puntualmente con la promulgazione di Nostra Ætate.
In Francia i laici francesi
resistenti si riunirono presto intorno alla celebre rivista « Itinéraires » (1956-97), 3
[« Itinéraires » (Parigi, ’56-97), con il supplemento « Voltigeur », diretta
da Jean Madiran.] che Romano Amerio conosceva bene; tra i suoi collaboratori padre Guérard des Lauriers, convinto
sedevacantista.
In Italia la resistenza
prende più che altrove da sùbito due strade parallele e fortemente correlate: un movimento scoperto di aperto e
stringente dissenso e uno sotterraneo e interno non meno coraggioso. Il primo si dispiega con riviste critiche come «
Vigilia romana », fondata nel ’69 e coagulante apporti di ecclesiastici di primo piano quali monsignor
Francesco Spadafora, monsignor Domenico Celada, don Giuseppe Pace, padre Antonio Coccia, padre Cornelio Fabro. Sempre nel ’69,
ma a Brescia, don Luigi Villa dà vita alle prolifiche Edizioni Civiltà, cui affianca un anno dopo il mensile «
Chiesa viva », sùbito caratterizzato per una notevole autonomia di giudizio, coadiuvato anch’esso
da ecclesiastici della Curia romana di alto profilo morale e di grande spiritualità come monsignor Nicolino Sarale. Nei
pressi di Roma don Francesco Putti fonda nel ’75 il quindicinale « sì sì no no »,
presto apprezzato come il foglio più teoretico della resistenza antimodernista italiana, la sua dottrina riconosciuta di
alto e sicuro insegnamento, annoverando tra i collaboratori, con la formula dell’anonimato antisoggettivista, anche eminenti
ecclesiastici, quali il già citato monsignor Spadafora, onorato professore di esegesi alla Lateranense, che possono così
alzare la loro voce critica e severa senza la tema di perdere le importanti posizioni di osservazione interne agli organismi vitali
della Chiesa messi a giudizio. La rivista si diffonde anche in plurime edizioni in lingua spagnola, portoghese, tedesca, inglese
e francese, quest’ultima in collegamento con « Courrier de Rome », fondata nel ’69.
Il movimento di dissenso
sotterraneo, cui don Putti con la sua rivista fa da ponte, si sviluppa, per restare alle radici storiche di quegli anni, intorno
ad alcuni cardinali, lavorando specialmente intorno all’aspetto liturgico, nella chiara consapevolezza che, dato l’adagio
agostiniano « lex orandi, lex credendi », la grande cattolicità sarebbe stata più facilmente
persuasa dalla forza intrinseca alla vera santa liturgia piuttosto che dalla forza delle idee, poste queste troppo a repentaglio
di argomenti e di linguaggio equivoci degli interlocutori.
Amerio, fedele alla processione
delle essenze per cui si ha prima la dottrina, e gli atti di sèguito, argomentava il contrario: per prima cosa il Trono
più alto dovrebbe risolversi a riesaminare le due sue proprie convinzioni teologiche più profonde: restaurazione
della Monotriade nel suo corretto ordine di processioni, all’interno, e, all’esterno, restaurazione assoluta dell’unico
culto di adorazione alla Trinità. Senza queste due previe correzioni dottrinali la liturgia non avrebbe alcuna possibilità
di autosottrarsi « all’abissale abbrutimento » perpetrato – per dirla con un liturgista come monsignor
Celada – con la riforma liturgica montiniana. Essendo essa dovuta, come si legge in Iota unum, a un precedente radicamento
eterodosso, anche il suo ripensamento non può che discendere da un precedente ripensamento ai piani alti della teologia.
È chiaro infatti
che, se fosse riconosciuto il diritto nell’orbe cattolico di celebrare secondo il rito Romano antico, senza alcuna richiesta
ulteriore a quella del giuramento antimodernista, però affiancando quel diritto al diritto dell’attuale liturgia
montiniana, la Chiesa cadrebbe nella più totale rovina: si avrebbe infatti con ciò il riconoscimento universale
e definitivo dell’errore ecumenista, assimilatore sia delle liturgie più sante che di quelle meno. La liturgia perenne,
poi, non più garantita dalla dottrina altrettanto perenne cui è legata – dispersa nel mare magnum ecumenista
– perderebbe presto il nerbo che l’ha retta per duemila anni, la santità, ossia la sua intrinseca, assoluta
e immarcescibile diversità.
Questa la molto sommaria
panoramica per rilevare che la resistenza che oggi si ascrive tutta a un nome, per quanto insigne, merita piuttosto il riconoscimento
di essere stata fin dall’inizio larga e varia, germinata sia dalla base, con laici come Amerio e preti come don Luigi Villa,
che dalle cattedre, con cardinali come Alfredo Ottaviani.
Amerio, in ogni caso, non
mantenne significativi rapporti con nessun esponente dell’opposizione alle dottrine conciliari, se escludiamo la forte amicizia
con cardinali come Siri.
Con la scomparsa dei grandi
porporati e vescovi Siri, Ottaviani, Bacci, Piolanti, Ruffini, Carli, e di insigni teologi quali Landucci, Romeo, Spadafora, Sarale,
il concetto di tradizione (o tradizionalismo), già negli anni del concilio degenerato da essenza della
stabilità intrinseco all’essere stesso delle cose a pensiero opinativo di marca nostalgica, cioè da un
concetto metafisico che non si può non tenere a dubbia opinione che è bene non tenere, passò presto a farsi
addirittura sinonimo di regressione ad antistoriche pretese tanto conservatrici da non poter nemmeno essere annoverate nel pur
poliedrico e benevolo alveo ecclesiale. Il concetto metafisico che fa la Chiesa è nel nuovo senso comune espulso da essa
come superfetazione decisamente dubbia, inappropriata e sconveniente.
Nessuno però dei
lettori di Iota unum cercò mai nel libro un prospetto generale della resistenza alle linee del concilio, per quanto
forte e ben strutturata fosse la disamina storica, perché da esso ci si attendeva specialmente quello che in effetti massimamente
offriva: la teoresi del cattolicesimo.
Difatti il filosofo e teologo,
sull’argomento della storia della resistenza, mostrava avere un atteggiamento dettato da grande prudenza. Prudenza dimostrata
anche in altre occasioni: per esempio, lo stesso titolo originale del libro avrebbe dovuto essere: Iota unum. Lo spirito di
vertigine nella Chiesa del XX secolo. La specifica fu corretta all’ultimo momento in Studio delle variazioni nella
Chiesa del XX secolo, perché, concordando con l’editore, l’autore ritenne più utile avvicinarsi
al lettore con parole che palesavano più propriamente lo spirito obiettivo che voleva sottendere il libro piuttosto che
posizioni che potevano, e non volevano, e non erano, essere ragionate a priori, quali quelle desumibili dall’espressione
spirito di vertigine, che dice stordimento, capogiro, perdita di stabilità, dunque debolezza, mancamento, incoscienza.
Lo « spirito di vertigine » venne dunque mitigato in « variazione
».
Gli stessi sentimenti di
prudenza generati dal dovere di esporre le cose secondo ragione fin dal titolo, ponendo l’intelletto a giacere in un assoluto
timore di Dio, vale a dire assolutamente riguardandosi dal dare scandalo « a uno di questi piccoli », mossero
Amerio a non lambire la disamina della storia della resistenza dell’ortodossia cattolica alle « variazioni
».
Due sono le necessità
dello studioso: stare al punto argomentale del libro; dare autorità al libro stesso. Delle due, la prima è poi di
gran lunga la più determinante.
La valutazione della mutazione
dottrinale in tutta la sua estensione, già di per sé costringe il lettore a una tensione notevole, una tensione
intellettuale, ma specialmente morale, dalla quale il fedele deve uscire riverendo ancor più la Chiesa nella
sua unità, santità, apostolicità e cattolicità, e ancor più adorando il misterioso decreto
del Dio uno e trino che, in faccia a quella mistica Vergine che sembrerebbe ormai del suo Sposo stimorata, nuova recalcitrante
Israele, eppur la vuole, eppur la pensa, ed eppur la provvede, in una profetata fedeltà superiore a qualsiasi adulterio,
eterna, indefettibile, come mostra la lunga e tribolata storia della Chiesa. 4 [La
Chiesa, nelle preghiere liturgiche di ogni giorno, è di continuo paragonata a un rinnovato Israele: però stabile
e indefettibile nella sua santità partecipata sponsalmente al Cristo; la sua componente umana è però peccatrice,
e peccatrice non solo di peccati individuali, ma anche comunitari, e non solo di peccati carnali, ma anche intellettivi, cioè
di eresie, che riguardano la dottrina e la fede; essi, toccando la verità, sono i più gravi. Anche da essi la Chiesa
è preservata e salvata solo perché neppure tali virulentissimi peccati la toccano mai universalmente,
né mai assolutamente, come si può constatare persino nella odierna vastissima temperie.]
Insomma: il libro di Amerio
è scritto non per intristire, sperdere, e annichilire la virtù di religione, ma per rafforzarla nelle virtù
di fede, di speranza e di carità cattoliche, solo risvegliando le quali l’autore sa che potrà mettere ai piedi
del Verbo il suo lavoro di « servo inutile ». Iota unum è concepito per radunare,
intorno al Logos, non disperdere.
Se al duro sforzo di fortezza
e di consiglio per soppesare la Chiesa, richiesto al lettore per compiere spassionatamente le valutazioni in merito alla
bilancia postagli dinanzi in più di seicento pagine, fosse stato aggiunto l’altro sforzo: di dirimere la questione,
anche più spinosa, della resistenza interna alla Chiesa, si sarebbe forse corso il rischio di perdere il compimento della
prima missione.
Questo il fine primario:
argomentare la variazione ecclesiale. Dal quale non si disgiunge il secondo, di raggiungere una certa autorevolezza. Quest’ultima
è direttamente proporzionale all’ampiezza e alla profondità di esposizione della disamina. Se essa si fosse
dilatata anche all’analisi della resistenza, certo non avrebbe visto la luce se non dopo molti altri anni di raccolta e
di studio dei relativi documenti, ma in questo caso lo studioso avrebbe dovuto piuttosto mettere insieme un altro libro.
Manca in realtà
a tutt’oggi, almeno in Italia, una storia, se vogliamo chiamarla così, dei movimenti cattolici che diedero vita a
quel largo, articolato, e troppo ingiustamente combattuto fronte di resistenza all’ecumenismo fondamentalista sbocciato
col Vaticano II. Manca con esso un importante elemento per tracciare della Chiesa un profilo a tutto tondo.
La Tradizione, d’altronde,
è talmente connaturale alla sua essenza che un’indagine della sua storia più recente, illuminando risvolti
e aspetti di rara spiritualità e di impegnativa umiltà, non farebbe che riscattarne – almeno in parte –
la tutta esteriore e vanamente scintillante e verbosa immagine attuale, dietro la quale non è difficile anche ai fedeli
più sprovveduti intuire una Chiesa raccorciata, in ritirata su tutti i fronti, impoverita sotto ogni prospettiva, decresciuta
specialmente sotto l’aspetto suo più intimo e vitale di Amica, Figlia e Sposa di Dio. Del suo Cristo.
C’è infine
un’ultima considerazione da fare, che forse è la più decisiva: all’epoca di Amerio i fatti della scissura
tra Ecône e Roma erano ancora in gran tempesta, in sommovimento intricato, con segrete diplomazie al lavoro per vani tentativi
di riassetto e di pacificazione, per cui anche lo storico avrebbe avuto poco agio di movimento sia nella comprensione che nell’esposizione
delle cose, allora immanenti.
Lo studioso, quindi, troppo
non potette né volle entrare nel merito della battaglia data da altre forze resistenti al fondamentalismo ecumenista, per
non mostrare di fatto quanto, con tutti i suoi famosi « teologumeni », non ne fosse in qualche
modo alleato, anzi, a molte di quelle nuove forze – per lui già molto sperimentato resistente – anche fornitore
di solide basi scientifiche, metafisiche, teologiche, morali, accomunato ad esse nella resistenza con l’intelletto, con
la bocca, con l’arte della penna.
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