| Se
in tutte le pagine di questa ricerca [l’Autore parla de Il Mistero della Sinagoga bendata, di cui qui è riportato
il § 41] ci si è premurati di esporre ogni cosa fermamente ma anche con riguardo e prudenza, tanto più lo si
farà in questo delicatissimo paragrafo cui non si può sfuggire per toccare, anche sotto questo particolare aspetto,
il cuore del problema dell’uomo – come entrare nella casa della vita – senza causare in lui ribellione, ma liberante
assenso. Perché « due cose desidera principalmente l’uomo: in primo luogo quella conoscenza della verità
che è propria della sua natura. In secondo luogo la permanenza nell’essere, proprietà questa comune a tutte
le cose. In Cristo si trova l’una e l’altra. Egli è la via per arrivare alla conoscenza della verità
[…]. Similmente egli è la via per giungere alla vita, anzi, egli stesso è la vita »
(Tommaso d’Aquino, Super Ioannem expositio, n. 1868).
Sicché cogliamo
l’occasione, qui non peregrina, per suggerire che forse, di questa parola ‘olocausto’, se ne fa un uso oggi
per molti versi piuttosto improprio, stando a ciò che il termine biblico vuole significare nella sua accezione più
pertinente, che è l’accezione soprannaturale.
Premessa infatti a ogni
buon uso dei concetti espressi nelle sacre Scritture è riconoscere che, avendo queste ultime un’origine squisitamente
sopramondana, esprimono e vogliono esprimere concetti in primo luogo sopramondani, dati i quali ogni significato letterale, storico,
carnale, ad essi rimanda immediatamente e connaturalmente. Questi significati ultramondani poi, a loro volta, vanno ascritti e
stretti precisamente al Cristo, per cui si può e si deve dire, con il Cristo, che tutte le Scritture parlano di lui o,
come egli dice, che « esse rendono testimonianza a ME » (Ioan., V, 39b).
Detto in altri termini:
se Cristo non fosse, non sarebbero a fortiori le Scritture. Le Scritture sono uno dei tanti volani di trasmissione (il
più assolutamente esimio, essendo divino) della altrimenti ‘ineffabile parola’ di cui Dio si serve per comunicare
all’uomo il Cristo, la Trinità, quindi la possibilità redentiva. Ma, come si sottolineava nella conclusio
della nostra tesi, non si è ancora scoperta appieno la centralità del Cristo nell’economia della comunicazione
tra un Dio che vuole comunicare con la creatura sua amata.
Nel termine ‘olocausto’
è significato un sacrificio, ovvero un’oblazione a Dio, totale della vittima (greco hòlos: tutto
intero, kaustikòs: bruciante; ebraico: ‘ôlâh): carnalmente, vuol dire prima di tutto «
‘dono’ e ‘offerta’ dei propri beni a Dio in segno di riconoscenza e di ringraziamento »;
1 [Così padre Angelo Penna, in Dizionario Biblico, diretto da mons.
Francesco Spadafora, voce Sacrificio] in secondo luogo l’olocausto, in quanto distruzione completa dell’animale,
rappresenta « l’offerta integrale con cui l’uomo intendeva mostrare la sua completa dedizione a Dio (Levit.,
I, 3) », 2 [Ibidem. Cfr. anche Enciclopedia
Cattolica, voce Sacrificio, III. Il S. nel V. Testamento, coll. 1593-97.] per cui il corpo della vittima
deve bruciare con la combustione anche delle viscere.
Spiritualmente, quindi
sostanzialmente, la profonda verità espressa dalla perifrasi ‘sacrificio di olocausto’ consiste nel fatto che
la vittima rappresenta, essendo come abbiamo detto l’animale mera figura delle disposizioni interiori dell’uomo, il
sacrificio dell’uomo stesso, l’offerta di sé a Dio. Quindi la vittima deve in primo luogo offrirsi esplicitamente
e consapevolmente come dono e offerta a Dio; in secondo luogo, nell’offerta la vittima deve estinguere di sé tutto,
fin la più viscerale e riposta personale volontà.
Nell’arsione caustica,
la vittima compie la più totale e annientante offerta di sé: del proprio intelletto, della propria volontà,
della propria dignità, della propria libertà. In una parola: del proprio essere uomo. Così, chiarissime,
le Scritture: « Come è di un olocausto di arieti e di tori, come di agnelli pingui a migliaia, così sia
del nostro sacrificio nel tuo cospetto oggi e riesca a piacerti; perché non c’è confusione per quelli che
confidano in te » (Dan., III, 40). 3 [Per
una più completa comprensione del Testo, ovviamente, consigliamo la lettura di tutta la Preghiera di Azaria (vv. 24-45),
proferita dal giovane all’interno della fornace ardente ove era stato posto, insieme ai suoi compagni ebrei, dal re assiro
Nabucodonosor. Segnala il Ricciotti: " Una nota di S. Girolamo nella Vulgata avverte che il tratto [che comprende i presenti
versetti] manca nei libri ebraici, e un’altra nota dopo il v. 90 avverte che il tratto è stato desunto dalla versione
greca di Teodozione » (Giuseppe Ricciotti, op. cit., pag. 1205, nota 1). Purtroppo quindi, se questi
versetti, pur precedentemente presenti anche nella versione ebraica delle Scritture, non fossero stati espunti, forse avrebbero
potuto offrire ai giudei per primi dei paralleli tra l’episodio profetico e la loro recente tragica situazione vissuta sotto
la pagana, bestiale dittatura nazista. ]
In questo olocausto
di oblazione, descritto in punto di morte dal giovane Azaria, prigioniero ebreo alla corte di Nabucodonosor, come atto volontario
mite e assoluto cui egli per primo eroicamente si esemplava, sono presenti: il perdono preventivo e totale dei nemici, la disponibilità
aprioristica a porgere mitemente l’altra guancia, la remissione a Dio di ogni ‘vendetta’, che altro non sarà
se non aver ragione dei propri nemici strappandoli dalle concupiscenze e dalle superstizioni cui sono tragicamente aggrappati.
Ecco il motivo profondo
e solenne per cui si dice che il sacrificio di olocausto, molto più che gli altri due tipi di sacrificio richiesti da Dio
nel Primo Testamento, figura, prepara e rimanda al vero sacrificio eterno e unico compiuto da GESÙ Cristo sulla croce e
rinnovato da lui nella quotidiana Eucaristia. 4 [Così anche Papa Leone
XIII nell’Enciclica Caritatis studium ai vescovi della Scozia, 25 luglio 1898, Denz., 3339: « Già
molto tempo prima che Cristo nascesse, i sacrifici usati nell’Antico Testamento preannunciavano il sacrificio compiuto sulla
croce ».] E’ solo alla luce di siffatte considerazioni che si può rendere perspicuo il significato
profondo emergente dal termine ‘olocausto’.
Noi siamo annichiliti da
questa singolarità provvidenziale: che, per meglio indicare il carattere del più eccellente dei tre tipi di sacrificio
del culto ebraico, Dio abbia fatto parlare Azaria, uno dei tre compagni di Daniele, ebrei prediletti da Dio per la limpidezza
del loro cuore, e lo abbia fatto parlare, anzi, cantare, proprio dall’interno di una fornace ardente, egli stesso
quindi predestinata e consapevole vittima di olocausto, offerta innocente a Dio e, come si sa, tanto accettata da Dio da ricevere
da lui la grazia della liberazione personale e, in sovrappiù, della liberazione di tutto il popolo dalle catene del dominatore
straniero. (La similarità della situazione con i più recenti avvenimenti, nella sovracosmica visione di Dio è,
come poi gradualmente risulterà, più che ottusa coincidenza.)
Per analogia, si possono
e debbono fare simili considerazioni anche per tutti gli altri concetti biblici, come abbiamo detto, per esempio quello primario
contenuto nel termine ‘Messia’ (ebraico: Mâsîah, Unto). Oggi, come si è più volte
accennato, vi è la tendenza da parte di molti giudei a riconoscere ‘Messia’ non un singolo individuo ancora
da venire ma tutto il popolo d’Israele nel suo insieme (cunctus), quasi esso rappresenti la figura eminente in cui
si realizzerebbe il ponte tra l’umanità e Dio. Questa dottrina sarebbe imperniata sulla potenza della nazione ebraica,
presa nel suo complesso plurimillenario, potenza capace di assoggettare i popoli gentili, ad essa “per natura” subalterni,
per via di quella che sarebbe la sua (orgogliosamente sostengono) superiorità intellettiva, morale, economica e, al fondo,
religiosa. 5 [Cfr. Israel Shahak, Jewish History Jewish Religion, the weight
of three thousand years, con Prefazione di Gore Vidal, Pluto Press Limited, New York 1994.] In forza di questa
carismatica potenza tutto il popolo d’Israele sarebbe ‘sacerdote e re’ tale da presentare un giorno a Dio tutti
i popoli della Terra prima a sé assoggettati.
All’affermazione
storica di questa accezione di ‘Messia’ non sarebbe estranea la previa affermazione del concetto di ‘olocausto’
riferito, come è avvenuto nei tempi più recenti, all’efferato sterminio perpetrato dall’ateismo nazista.
Però bisognerebbe obiettare che a questo concetto di ‘olocausto’ manca fondamentalmente la determinazione di
fare di sé un sacrificio, un’offerta a Dio, con tutte le disposizioni spirituali sopra viste che ne conseguono, determinazione
che fu invece presente ai tre innocenti ebrei buttati da Nabucodonosor nella fornace. Azaria, a nome dei compagni (e probabilmente
di tutto il popolo esiliato a Babilonia), alza al Signore una preghiera pura, altissima, esemplare: egli vede che, in quelle tragiche
condizioni in cui l’esilio li costringe, milioni di ebrei sono messi nella condizione di non poter offrire all’Altissimo
tutti i sacrifici che gli sarebbero dovuti. Eleva allora a Dio un’offerta forte, atletica, frutto di un altrettanto straordinario
sillogismo: “Noi ti dovremmo fare, o Dio, migliaia di sacrifici con arieti e agnelli grassi e tori ma, essendo in cattività
lontani dall’unico tempio dove ci è permesso sacrificare, e volendo peraltro in ogni caso offrirti dei sacrifici
di impetrazione, di ringraziamento per l’esistenza che ci dai, di olocausto per significarti che tutto ti è dovuto,
ecco che ti offriamo le nostre stesse miserevoli e piangenti persone, speranzosi solo che tu non disdegni questo dono, per quanto
incommensurabile esso sia, ovvero infinitesimo, nei confronti della tua Maestà eccelsa”.
Questa preghiera fu gradita
a Dio, e il motivo di questo gradimento risiede, come si può desumere da tutto quanto è stato detto fin qui, nella
disposizione di umiltà dei tre giovani perseguitati. Essi non solo si rifiutavano di sacrificare alla statua d’oro
e agli dèi di Nabucodonosor, ma si rendevano essi stessi, con i loro cuori roventi di Dio, purissimo sacrificio di olocausto
al loro vero Dio.
Azaria si fa eminente figura
del Cristo che, non trovando tempio, vittima, sacerdote, culto, altare adeguati alla Maestà di Dio, offrirà se stesso
come unica vittima atta a placare la Maestà di Dio offesa dal peccato del mondo, come spiegato dallo Spirito Santo in san
Paolo, particolarmente nella sacerdotale Epistula ad Hebraeos.
In questa prospettiva soprannaturale,
anzi, specificatamente, cristologica, risulta quindi assolutamente incompleta la materiale strage anche persino della metà
di un popolo per parlare propriamente di ‘olocausto’. Non tanto perché materialmente non vi sia stato annientamento,
quanto perché è lo spirito che, ribellandosi al proprio patire, non perdonando il proprio persecutore, non raccogliendo
in sé come Azaria e compagni raccolsero tutti questi sentimenti cui Dio li aveva addestrati, non offre a Dio il proprio
martirio, non realizza il requisito di incondizionato e ardente sacrificio. 6 [Qui,
come logico, ci si ferma al giudizio ad extra, quello desumibile dal comportamento esterno e oggettivo compiuto dall’insieme
del popolo. Resta imperscrutabile il cuore di ciascuna di quelle vittime che, nella persecuzione feroce e brutale, può
senz’altro aver espresso verso Dio i sentimenti migliori di fiduciosa offerta esemplati dal comportamento che abbiamo visto
del grande Azaria o da quello delle due sante sorelle Edith e Rosa Stein: veri, consapevoli e volontari olocausti di Cristo, il
primo, prefigurativo, in Babilonia; le seconde, sue copie, in Auschwitz-Birkenau.] Requisito che invece Cristo compì
perfettamente, e non altri compie se non chi con lui condivide misticamente nei secoli la sua offerta: tutti i ben oltre
70 milioni di martiri che prima e dopo di lui sono morti in vista della sua risurrezione, a partire dai ‘santi innocenti’,
piccoli ebrei di Betleem di Giuda. 7 [Vedi Matth., II, 16-18. ]
Qui c’è Olocausto, non là.
‘Olocausto’
è concetto non umano, non quindi ‘ebraico’, ma sovraumano, divino, come abbiamo detto
essere tutti i concetti biblici. Si dice che questi concetti sono sovraumani non perché semplicemente essi sono discendenti
da Dio ma, propriamente e specificamente, perché, come il concetto di ‘olocausto’, essi sono proprietà
attinenti esclusivamente a Dio, e precisamente al suo Cristo, il Verbum divino: nel caso della vittima per olocausto l’arsione
completa delle bestie fin nelle loro viscere era figura dell’arsione d’amore bruciante che immolò in GESÙ
la vittima eminente da offrire al Padre. Appropriare questa proprietà ad altri uomini, al di fuori della mistica condivisione
con il suo perfettissimo atto, può risultare, in una certa prospettiva, azione pericolosa, certo erronea, anche se, forse,
non volutamente falsificatoria.
La prospettiva per la quale
essa risulta pericolosa è quella alla quale tutte le pagine di questo studio sono volte, ovvero la concreta possibilità
che non venga afferrata dagli uomini d’oggi (tra cui tutti i giudei e molti cristiani, novelli Galati) l’importanza
che possiede la fede come appiglio assolutamente unico per saltare nella vita eterna e, viceversa, come ogni altra cosa che fede
non è non serva proprio a niente.
Questo è il punto
in cui gioca un ruolo chiave il significato di ‘olocausto’: nell’uso improprio che se ne fa oggi non si può
non rilevare un veemente desiderio di appropriazione assoluta, ideologica. Ma la strumentalizzazione di una parola forte, soprannaturale,
espropriatone il vero significato, sarebbe atto colpevole di fronte alla coscienza e di fronte alla Storia. Come si è visto,
lo svuotamento semantico delle parole non è solo portatore di vitalità della lingua e, conseguentemente, del popolo
che l’elabora e che ne vive, ma è anche frutto di operazioni diligentemente preordinate per impadronirsi di un concetto
elevato come ci si impadronisce di un re su una carrozza: rubare questa, ammazzarne il contenuto, sostituire il nobile cadavere
con un fantoccio, cioè con un significato conveniente ai propri fini per far credere alle folle ignare dei semplici che
quella che vedono passare è proprio la carrozza del re da gloriare.
La colpevolezza è
poi direttamente proporzionale alla misura della brama di convincere gli uomini della verità delle proprie asserzioni.
Ma anche la falsificazione ideologica degli avvenimenti storici va contro l’ottavo comandamento: « Non dire falsa
testimonianza contro il tuo prossimo » (Exod., XX, 16). Chi è qui il prossimo?
Il prossimo di quegli uomini che tentano quest’opera di svuotamento semantico, oltre che l’umanità cui si rivolgono,
è qui GESÙ Cristo, il Messia di Nazareth. Se essi testimoniano che non solo non è lui l’olocausto di
Dio, prima falsa testimonianza, ma anche, seconda falsa testimonianza, che il vero olocausto sono loro, loro giudei in quanto
giudei, essi rubano il termine ‘olocausto’, espropriano e uccidono il suo divino e unico significato, ‘GESÙ
Cristo, unico Unto del Signore e Re dei giudei’, sostituendolo con un significato naturalistico. La colpevolezza dell’espropriazione
è direttamente proporzionale alla forza impressa dalla passione di avarizia (impossessarsi in qualche modo del mondo) che
la promuove.
Si badi bene: non è
che con questo si deprezzi il dolore e il valore intrinseci all’immane e orrenda strage: le vittime e gli innocenti saranno
da Dio e dagli uomini remunerati secondo giustizia e misericordia. Quello che si vuole deprezzare è il tentativo in atto
di stornare da Dio le cose sue, appropriandole agli uomini con un certo orgoglio fuori posto, quando invece, sia detto con Giobbe,
nulla nell’uomo può competere con Dio, nemmeno la sua più tragica immolazione e umiliazione, se non è
compiuta secondo l’altissima, severissima e misericordiosissima volontà di Dio: GESÙ Cristo.
Ma allora, per completare
il senso da dare a questo termine soprannaturale, cosa pensare dello sterminio perpetrato così atrocemente sui giudei dalle
belve scatenate? Probabilmente, ancora una volta, sembrerebbe molto utile spiritualmente raffrontare l’atteggiamento offerto
da Azaria, dai suoi compagni e, come si può ragionevolmente supporre, da tutti quei milioni di ebrei ad essi uniti allora
nella sventura ma anche nella preghiera: tutti i giudei di tutti i tempi hanno l’opportunità elevatissima, data poi
a tutti gli uomini della Terra, di cristificarsi nella fede arroventando i loro cuori, quindi nell’umiltà e nell’obbedienza,
facendo di sé dei sacrifici viventi sull’esemplare Cristo, uomo-Dio ebreo cui tutti gli ebrei dovrebbero e potrebbero
somigliare.
La vergine Maria, per esempio,
pur non essendole mai stato torto nemmeno un capello, ebbe però il cuore trapassato dalla spada del dolore, come le fu
predetto, 8 [Luc., II, 35: « E a te stessa una spada trapasserà
l’anima ».] perché sotto la croce partecipò intimamente all’immolazione annientatrice
di suo figlio: quell’olocausto, infatti, ‘bruciò’ in GESÙ il suo intelletto di Figlio che, nell’
atto massimo di ragionevolezza quale l’obbedienza estrema configura, rese in questo modo al Padre; 9
[Come spiega anche san Tommaso nella sua In evangelium Ioannis expositio, GESÙ Cristo, in quanto
sommo intelletto e somma carità, governa tutte le potenze del proprio essere con la buona e retta ragione, indicando all’uomo
la giusta assiologia con la quale configurare le proprietà della persona e così restituire a sé la propria
dignità di figlio di Dio.] ‘bruciò’ in lui il suo diritto di essere riconosciuto Figlio di Dio
e Dio stesso, per cui egli pote’ dire: « Però si faccia non la mia, ma la tua volontà »:
10 [Luc., XXII, 42b.] di essere Re, discendente da Davide, di un
popolo che gli aveva preferito invece Barabba, un brigante ribelle, e Cesare, un pagano idolatra. Quell’olocausto, infine,
‘bruciò’ in lui tutta la sua umanità retta, innocente, giusta, ordinata, per la quale a buon diritto
avrebbe potuto erigersi davanti ai popoli dicendo: “Io sono l’unico uomo immacolato, puro da ogni fomite di tentazione
e da ogni più piccolo peccato, Io sono l’unico uomo che ha condotto la sua vita in tutto secondo il santo volere
del Padre, adoratemi”. Ma anche questo, invece, che era suo diritto, offrì egli in olocausto al Padre. Offrì
quindi la sua volontà di uomo, volontà desiderosa solo di compiere il bene degli uomini, e avrebbe potuto continuare
a compierlo come l’aveva compiuto fino ad allora, ma, per dimostrare anche qui che non sono le vane opere che salvano, ma
l’affidamento totale al Padre, egli lasciò che il decreto imperscrutabile del Padre si calcasse su di lui e interrompesse
persino le sue opere buone e disinteressate di taumaturgo e di convertitore grande delle anime: consegnò la sua volontà
al Padre e spezzò la sua vita nel fiore degli anni e nel fiore delle opere sante. E così via dicendo: si potrebbe
continuare per molto.
Questo basti a dire che,
di tutte queste cose offerte dal Figlio al Padre, la Vergine partecipò misticamente mettendo sull’altare dell’
offerta tutto quello che le spettava come Madre dell’uomo nell’unione intima col quale ella era misticamente figlia,
sorella e sposa. Tutti gli ebrei di tutti i tempi possono e debbono compartecipare, in qualche misura, alla corredenzione compiuta
in misura infinita da Maria, e questo è ciò che successe ad Abramo e che succede a tutti i cristiani. Questo è
ciò che successe forse anche, ma non ci è concesso saperlo, a molti di quei giudei trascinati dalle belve naziste
nelle fornaci ardenti di assiriaca memoria.
Quanto ai cristiani, imbevuti
come sono del sangue di Cristo per via dell’Eucaristia sacramentalmente ricevuta, e scorrendo in essi in questo modo sangue
ebreo – e del più regale – sono come lui ebrei e possono ben esortare quindi i loro ex correligionari a partecipare
della croce come vi partecipò la loro sorella e madre Maria.
Si ha ragione di pensare
che l’enormità dell’eccidio perpetrato dalle belve sia stata, essa stessa, una misericordiosa, severa, mistica
prova permessa ancora una volta da Dio stesso per sollecitare, ai suoi figli lontani, prodighi come quelli della parabola omonima,
11 [Luc., XV, 11-32. A dir la verità la classica spiegazione della
parabola quale la si trova anche nel Ricciotti è questa: « Il figlio maggiore ch’è stato sempre col
padre è il popolo ebraico, prediletto da Dio. Ma esso è degno di biasimo quando s’ingelosisce al vedere i
popoli idolatrici, simboleggiati dal figliuol prodigo, annessi al Regno di Dio, ch’è Padre misericordioso di tutti
gli uomini ». Avviene però qui il contrario, come viene riconosciuto da molti predicatori, ovvero che
il figlio stanziale è ormai da considerare il popolo dei gentili entrati nel cristianesimo, quali siamo noi, e il lontano
è appunto il giudeo, cui bisogna far festa per il ritrovamento della sua umiltà.] una considerazione, questa:
“Vi sembra smisurato il male subito, vi sembra infinito e disumano il dolore provato per tutte quelle orrende vessazioni,
quelle morti atroci, quei legami rotti per sempre, inconcepibile per la sua vastità e la sua profondità davvero
smisurata. Ebbene, ora Io vi dico come dissi al mio servo Giobbe: ascoltatemi. Quello che è stato compiuto da voi su mio
Figlio supera la grandezza della prova che avete passata. La supera infinitamente, e qui vi dico allora: fate come Giobbe, fate
come Azaria, fate come tutti i miei Profeti hanno fatto: adorate la mia volontà, riconoscendo questa incommensurabilità
e riconoscendo che il vostro dolore largo come il mondo è niente. Io vi perdonerò, Io vi accoglierò subito
nel mio seno di Padre, non voglio che questo.”
Purtroppo molti tra i giudei
hanno risposto con pensieri mal suggeriti, pensieri lontani dai Profeti: “Non è vero che Dio mette alla prova l’uomo
misurando le sue forze. Dio è un Dio severo, ci ha girato la sua faccia, è lontano da noi. La prova schiacciante
che abbiamo dovuto subire ne è la dimostrazione. 11 [Ma, anche qui, se
i giudei pensassero umilmente, e si guardassero intorno, vedrebbero che persino l’abnorme eccidio perpetrato su di loro
è poca cosa, se paragonato a quello compiuto sui cristiani solo nell’ultimo secolo: i martiri cristiani di
cui nessuno fa memoria ammonterebbero infatti a nove volte il numero di giudei sterminati dai nazisti atei: 45 milioni di anime
che non entreranno mai nella storia, oltre ai perseguitati, agli oppressi, ai deportati: è l’olocausto di offerta
richiesto dal Cristo (dati dell’Oxford University Press, esposti da Antonio Socci in I nuovi perseguitati, Piemme,
Casale Monferrato 2002, pagg. 32 segg). ] Anzi, si può anche dire che Dio non esiste. Ma, se pure esiste, non si
occupa di noi, essendo un Dio imperscrutabile e lontano. Ecco perché Israele è grande, perché esso è
il Messia di se stesso”.
Benedetto Croce avrebbe
visto anche in questi ragionamenti disperati quella che fu giustamente definita la ‘ateoreticità dell’errore’,
ovvero che « si erra perché si vuole errare », 12
[Benedetto Croce, Filosofia della pratica, pag. 60; anche, supra, § 39, pag. 145 e, a pag.
146, testo e nota 1.] ovvero perché la mente è mossa da una forma a lei estranea, quella della volontà,
del sentimento, in questo caso mossa dall’intenzione di appropriarsi dei beni della Terra (avarizia), prendere così
il posto di Dio (orgoglio), ribellandosi a lui (superstizione) e negandolo (falsa testimonianza).
Come si può poi
non disperarsi di Dio? Come dice Osea: « Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto nessuno
sa sollevare lo sguardo » (Os., XI, 7). E questo svuotamento di Dio avviene in
chi vuole avere una fede diversa da quella personale cristica e trinitaria di Abramo.
Ma Dio, o giudei scettici,
disperati, vi ha per l’appunto provato in tale misura proprio per suggerirvi, a voi come a ogni popolo e a ogni anima singola
perduta, che tutti sono da Dio affettuosamente amati e ricercati come pecorelle tra le spine e i rovi. Quindi, malgrado voi, come
ogni perseguitato e suppliziato, possiate somigliare al Messia sulla croce per la rilevanza dell’annientamento subìto,
egli vi sovrasta in tutto, come sovrasta tutti i dolori del mondo, perché, nella sua estrema umiltà, si è
addossato tutti i peccati del mondo, anche i vostri (persino questi ultimi, bruttissimi, di cui si è appena parlato), e
si è presentato al Padre come un obbrobrio, un verme. Per cui il sacrificio veramente infinito è il suo, 13
[Cfr. tutta l’Epistula ad Hebraeos.] non il vostro.
Quindi: fatevi buon animo,
perché, se Dio ha avuto pietà di suo Figlio pur essendosi esso presentato repellente, 14
[Psal., XXI, 7: « Ma un verme son io e non un uomo, l’obbrobrio degli uomini e lo spregio
del mio popolo ».] carico com’era di tutti i peccati del mondo, i vostri compresi, tanto più avrà
pietà di voi, se non vi ostinate nella vostra disperazione e non fate di questa vostra grande disperazione un mantello
per coprire altre intenzioni meno pure.
Noi infatti abbiamo ragione
di ritenere che l’assillo con cui alcuni giudei oggi in tutti i modi cercano di accaparrarsi il concetto di shoah, di ‘olocausto’,
sia dovuto al perseguimento di un fine ben determinato: togliere al Cristo di Nazareth la sua specificità di unica grande
vittima, e unica vittima atta a placare lo sdegno del Padre offeso dall’uomo, addossandola a sé. Propalerebbero così
per tutto l’orbe, potentemente, la propria messianicità di ‘Popolo unto’. E stornerebbero l’attenzione
loro, dei loro figli e di tutti gli uomini che li ascoltano, dall’unica strada di salvezza e di eternità, il loro
Cristo, solo per appropriarsi di un po’ di mondo. Ma si muore, e chi muore perde nella sua morte questo mondo, e poi anche
quell’altro.
Questo impianto sordidamente
naturalistico, che per orgoglio toglie a Dio ciò che è proprio solo di Dio, va decisamente rigettato.
* Direttore del Dipartimento di Estetica
della Associazione Internazionale “Sensus Communis” (Roma).
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