| (Segue
da pag. 1) « Io devo ancora una volta,
come un buon chirurgo che amorosamente e disinteressatamente si china sulle ferite dell’infermo, mettere il dito dove brucia
la ferita. Difatti, se l’annientamento fosse stato solo di ciò che è mosso naturalmente, potrebbe non risultarne
evidente, a menti indurite dal peccato, la conclusione cui arrivare.
« Ma io voglio
farti notare, perché tu bene lo scriva, che da quel santo Giorno del Golgota anche gli atti esteriori di parte celeste
si sono fermati: proprio quegli atti che garantivano i giudei della presenza tra loro del Signore degli eserciti: la nube, la
voce divinatoria, lo spirito profetico. Tutte cose che da duemila anni, dal tempo della discesa di Cristo sulla terra, sono, a
riguardo dei giudei, risalite tutte al Cielo ».
L’uomo, ginocchioni
sul pavimento di freddo marmo, ebbe un brivido: « Duemila anni con i cieli chiusi, dopo mille e mille anni di
cieli benigni… Padre mio, che cosa terribile deve essere velarsi gli occhi e il cuore così duramente! Possibile che…
».
« I tempi indicati
dal Signore a Daniele per computare le due cattività passate sotto gli Assiri e successivamente sotto Antioco Epifane sono
tempi determinati, mentre l’esilio iniziato sotto i Romani è, nella profezia, indeterminato, e infatti è ancora
in atto, è senza fine ». Il patriarca era imponente. Continuò: « Io, in alcune mie omelie, ho
parlato a lungo di questi tre grandiosi episodi. 1 [Si tratta della raccolta
di otto omelie che va sotto il nome di Adversus Iudaeos, che, propriamente, contrasta gli insegnamenti dei giudeo-cristiani,
ovvero di quei cristiani che, all’epoca piuttosto numerosi, provenivano dalle file giudee. Intorno allo stesso tema il Dottore
scrisse anche un trattatello dal titolo significativo Contro gli Ebrei e i Gentili, che Cristo è Dio. Con questi
scritti il santo Padre e Dottore della Chiesa intendeva tenere delle lezioni contro gli ‘insegnamenti’ dei giudei,
non mai contro le ‘persone’ dei giudei. La vita del santo conferma indirettamente ciò che qui si dice.
Infatti egli era ben famoso per la sua fermezza e intransigenza dottrinale tanto quanto lo era per la sua bontà d’animo:
avendo contrastato il ciambellano Eutropio sul fatto che si togliesse alle chiese il diritto di asilo, diritto al quale egli restava
favorevole, e avendo anche perso la disputa, quando dopo poco quello stesso cortigiano cadde in disgrazia dell’imperatore
Ascanio e chiese l’asilo che aveva tolto, Crisostomo gli usò tutta la sua magnanimità, dimenticò il
bruciore di una sconfitta su una causa giusta e diede all’incauto, proprio nella sua chiesa, il rifugio politico richiesto.]
« Vediamo ora
la spiegazione della profezia concernente il terzo: tanto più che i primi due, come ti ho detto, nella loro indubbia storicità
sono però solo ombra dell’ultimo. Il disegno di Dio, detto in altri termini, là era prefigurato, qui realizzato.
« Prima
di tutto va ricordato che, se il tempio avesse dovuto essere di nuovo ricostruito, e riedificato il Santo dei Santi, reinnalzato
l’altare, risteso il velo, i profeti lo avrebbero certo predetto e mai avrebbero taciuto. Invece non lo predissero: lo tacquero.
« Il grande –
anche nei cieli – Tommaso d’Aquino e, in lui, quell’altro grande che è sant’Agostino, concorderanno
pienamente con il pensiero per il quale fu dato a me per primo il dovere della prima stesura non solo sulla cessazione della funzione
del Tempio, inteso come Sinagoga, cessazione che l’Angelico chiamerà “delle cerimonie legali” della religione
ebraica, ma essi concorderanno anche sul giudizio di empietà assoluta e rimarchevole sia per chi le perpetra che per chi
sostiene, approva o solo consente nei secoli tale perpetrazione ». 2 [Tommaso
d’Aquino, Summa Theol., I-II, q. 103, aa. 3 e 4; cfr. supra, § 62, pagg. 222 segg; § 72, pagg. 256
segg.]
A questo punto il patriarca
alzò lo sguardo dall’uomo, come se stesse fissando un invisibile interlocutore dietro di lui, e continuò con
enfasi: « Come già allora chiedevo ad altri sviati, ora chiedo a te, o pastore d’anime che mi ascolti e
leggi: cos’hai ancora in comune con la Ierusalem libera e celeste, o cristiano giudaizzante? Hai preferito la Ierusalem
terrestre. Stai con la terrestre: ti è tolta la celeste ».
L’uomo, annichilito,
capì il grave momento, e rimase sospeso, attento, scrutando il volto austero del santo, il suo sguardo penetrante, la sua
fronte ampia e pacifica.
Solenne, quello riprese:
« Perché questo io dico: osservando il vecchio vestito di bianco, al centro degli sguardi del mondo, avvicinarsi
a pregare sotto le mura che sorreggevano il tempio dell’Antica Legge, si può considerare che se ci si sottomette
a una parte della Legge, ovvero, qui, alla preghiera al tempio, è necessario che si agisca anche nelle rimanenti parti
secondo i comandi della stessa Legge, come il passero che, quando è preso nella trappola per le zampe, è preso nella
trappola tutto. Quello che fu ispirato a me ieri, poi a tanti altri Padri e Dottori quali Agostino, poi a Tommaso, vale anche
oggi, e varrà sempre nei secoli venturi: chi giudaizza nel poco, giudaizza anche nel molto. Chi ferisce il Logos nel poco,
lo ferisce anche nel molto.
« Si dirà:
anche gli apostoli salirono al tempio a pregare anche dopo la risurrezione del Signore GESÙ. Ma l’obiezione non regge,
poiché gli apostoli, squarciato il velo del tempio, subito in questo avvenimento straordinario, senza precedenti, videro
manifestamente squarciata la Prima Alleanza e in essa, dirompente, la Nuova: essi quindi salirono al tempio, già TUTTO
distrutto NEL SUO VELO distrutto, e vi salirono all’ora di nona, cioè nel momento in cui veniva squarciato il cuore
del vero tempio: GESÙ Cristo, fermandosi però al primo cortile, quello detto ‘dei Gentili’: essi sapevano
di incontrare là, all’ombra del portico di Salomone, il numero maggiore di uomini da richiamare e convertire. Tant’è
che, dopo la recita dei salmi e il miracolo sullo storpio, subito arringarono con i loro ferventi discorsi la folla riunita: “Uomini
Israeliti,…”
« Per cui, dopo
che lo Spirito Santo, nella grande Pentecoste, con la sua fiammeggiante discesa li ebbe soprannaturalmente separati dalla Sinagoga,
gli apostoli avevano abbandonato definitivamente quel tempio al quale ancora salivano solo per richiamare le genti e fare proselitismo.
Per cui è vero che gli apostoli “salivano al tempio a pregare”, ma è anche vero che vi salivano per
proferire con intendimenti cristiani, non giudei, le preghiere dei salmi, profetizzando in esse il Cristo, non il vuoto, non l’Anticristo
».
« Quindi –
interloquì l’uomo, dal pavimento, quasi per vedere se avesse realmente capito – la loro preghiera, anche
se compiuta nel tempio, superava e contrastava quel tempio in cui era compiuta! ».
« Bisogna
che ti sia chiaro – prontamente rispose il patriarca – che gli apostoli avevano nella mente, ormai indelebile,
il Signore risorto, e per essi, per quanto sentissero scorrere in sé sangue ebreo del più schietto, non si poneva
più la necessità di far vivere una figura che era morta col sopraggiungere della realtà: “Distruggete
questo tempio e in tre giorni io lo riedificherò” 3 [Ioan.,
II, 19] erano le forti parole del Signore che ora manifestavano ai discepoli del Risorto qual era il vero tempio, e
il vivo, e quale il morto.
« Inoltre
– continuò il vescovo dopo una conveniente pausa – l’Apostolo stesso, scrivendo ai Galati stolti,
accenna al pericolo rappresentato anche solo da “un poco di fermento”. Ora, ascolta, figliolo, quello che dirà
un grande esegeta e vescovo su questo concetto paolino del “poco fermento”: “Queste parole si possono riferire
alle poche cerimonie legali ricevute tra i Galati e aggiunte al Vangelo dai falsi apostoli cristiani giudaizzanti, per cui l’Apostolo
vorrà dire: noi non crediamo che l’aver messo solo una piccola porzione dei riti giudaici sia un male piccolo, perché
qualunque cosa, per piccola che essa sia, che si aggiunga alla dottrina di Cristo, ne altera la sincerità e l’integrità”.
« E nota, ancora,
che quella “poca cosa” che tanto era inaccettabile per l’Apostolo non era qualcosa di strettamente dottrinale
ma, come anche nel caso del foglietto appoggiato al pietrame del tempio, qualcosa di pratico, di rituale, com’era la circoncisione.
Quindi il parallelismo non solo è sulla misura, ma anche sul misurato.
« Un gesto di
solidarietà disordinata? Ma immedesimarsi nella preghiera è qualcosa di più: io ricordavo, e ora lo ripeto,
che “chi prega secondo la legge,” cioè salendo al tempio di Ierusalem, “rinuncia alla grazia”.
« Come potremo
noi poi rimproverare i giudei di non credere nel Nuovo Tempio di Cristo, se proprio noi corriamo a pregare nel tempio loro, morto,
vuoto e ormai solo idolatrico? o riteniamo che le questioni che ci separano siano talmente futili e senza importanza che possiamo
stimare una sola e stessa religione la nostra e la loro, pregando sia nella nostra fede che nella loro?
« Bisogna avere
il terso, forte, caritatevole coraggio di dire, anche in questi vostri giorni di grande sgomento e incertezza, che la condotta
attuale dei giudei è sempre una trasgressione alla legge di Dio, una prevaricazione, tanto oggi quanto lo fu nel tempo
dell’ Antico Patto agli occhi di Dio: quando Egli voleva che offrissero sacrifici, essi correvano agli altari degli idoli
sacrificando persino figli e figlie. Quando Dio voleva che celebrassero una festività, essi non si prendevano affatto cura
di farlo. Quando il Signore voleva che digiunassero, essi rimandavano il digiuno ad altro tempo mangiando a quattro palmenti e
poi, quando Egli invece non voleva che digiunassero, essi al contrario digiunavano e mettevano in mostra i loro digiuni.
« Non c’è
libro delle sacre Scritture che non enumeri gli atti del continuo contraddittorio del popolo di Dio con i voleri di Dio. Per questo
il glorioso Stefano disse ai suoi capi:“Voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo”. 4
[Act., IX, 51] Si dica oggi ciò che Stefano disse ieri: cosa è cambiato
tra ieri e oggi? Se essi credono in GESÙ Cristo, vuol dire che sicuramente essi non oppongono più resistenza alcuna
allo Spirito Santo ma, se non vi credono, la resistenza allo Spirito Santo permane e si acuisce. Chi è oggi lo Stefano
disposto a dire a viso aperto ai sinedristi:“Voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo”? chi non teme di essere
lapidato dal loro cieco e dissennato furore? Ma il sangue di Stefano, che rese vivo e fece sgorgare il sangue di Paolo, era il
medesimo che circolava in Pietro, quel suo Capo e Pontefice Massimo che prima di lui, salendo a pregare nel tempio, aveva avuto
il fermo coraggio di dire ai suoi fratelli Israeliti: “Voi rinnegaste il Santo e il Giusto, e chiedeste vi fosse graziato
un omicida”. 5 [Act., III, 14]
« Come puoi arguire,
piccolo figlio nostro, siamo tornati quindi ai gravi quesiti iniziali: è lecito pregare presso questo ‘Muro del pianto’,
ovvero presso il muro del tempio della Prima Alleanza, posto che tale preghiera vorrebbe essere il medesimo che pregare nel tempio
stesso, e compiere le cerimonie che là si compirebbero se solo fosse possibile? è giusto partecipare al pianto di
chi vede il proprio ‘luogo di preghiera per eccellenza’ distrutto, schiacciato, addirittura sepolto da duemila anni
sotto “l’abominio della desolazione” di una moschea? Ma pregare in conformità alla materia della preghiera
dei giudei non equivale forse a pregare anche in conformità alla sua forma, ovvero alla sua sostanza?
« Infine, e specialmente:
pregare il Dio dei giudei equivale ancora a pregare il Dio vero? Perché questo bisogna chiedersi: il sacerdote, cioè
il tramite, di quella preghiera compiuta con un foglietto posto tra le pietre del tempio, era il Cristo o non era il Cristo? Se
era il Cristo, quella non era una preghiera giudaica, era una preghiera cristiana, e dunque ciò che i giudei vedevano fare
non era ciò che era realmente fatto. Se invece il tramite non era il Cristo, la preghiera compiuta da un cristiano cadeva
sotto la riprovazione della Chiesa e il suo dardo, invece di salire ai cieli dove sta assiso il Cristo, cadeva a terra.
« Noi, per preservare
la religione e la grazia che ci sono state magnanimamente elargite, per pascere le pecorelle che ci sono state affidate, per riportare
all’ovile quelle smarrite, dobbiamo rispondere decisamente no a tutte quelle domande, e con la massima forza dobbiamo dire
no specialmente all’ultima.
« Se, invece,
tutto ciò cui abbiamo risposto non essere giusto, fosse giusto, noi Padri della Chiesa per primi, noi Dottori delle Scritture,
noi reggitori della cattedra petrina, riconosceremmo nel gesto del vecchio uomo vestito di bianco un gesto sommamente caritatevole,
un gesto compiuto per insegnare con i fatti verità profonde, atte alla santificazione di quei popoli, il giudaico e il
cristiano, che si vuol far credere non più divisi da nessun muro.
« Ma non è
così, perché il popolo ebreo e quello cristiano sono già divenuti un popolo solo, e ancor più lo saranno
prima che tutti i tempi finiscano, nell’abbattimento del muro della Legge compiuto una volta per sempre da GESÙ Cristo,
1 e la discendenza giudaica deve riunirsi a quest’unico popolo senza muri abbandonando i templi e i muri morti per entrare
nel Tempio vivo costruito sulla viva Pietra angolare.
« Quindi, sotto
le luci che abbiamo acceso a mano a mano intorno a questo santo trono, quel tal gesto, piccolo figlio della Chiesa, non è
ne giusto né bello: è contro la storia, cioè gira al contrario del senso in cui gira la storia, nel senso
più profondo e forte del termine per cui si dice che una cosa è antistorica, è in collisione con la storia
salvifica così come veduta e stabilita da Dio: non si può riesumare ciò che è morto, cioè un
cadavere, e addirittura porlo accanto a ciò “che è stato trasferito nel Regno del Figlio diletto”. 2
Contrasta direttamente con la Grazia: non si possono avere due Leggi, contemporaneamente, una perfetta e una no. Cozza con la
validità del Nuovo Tempio: non si possono avere due Templi, uno di pietra e uno di Sangue.
« Ecco il motivo
profondo per cui tutta la Tradizione della Chiesa, da san Paolo, ai Padri, a san Tommaso, la Tradizione che ora ti parla, vede
nel filogiudaismo di ieri come in quello di oggi un torto così grave fatto a Dio, agli uomini, alla storia.
« Ecco perché
nessuno dei 261 Vicari di nostro Signore, fino ad ora, ovvero nessuno dei 261 Papi che hanno pasturato le pecorelle di Cristo
e hanno richiamato a sé tutte le pecorelle recalcitranti disperse nel mondo, ha mai compiuto gesti di orazione e di culto
con i giudei, pur essendo stati, come solo i Papi di tutti i tempi furono, sommamente caritatevoli e misericordiosi con i giudei,
così seguendo la via di un’alta e provvidente giustizia soprannaturale.
« Viceversa, proprio
nel compimento di simili atti, il cristiano, ogni cristiano, può allontanarsi abissalmente da quella carità verso
Dio, verso il prossimo e verso se stesso che il servizio della Verità di cui è servitore gli impone.
« Ora, figliolo
della Chiesa, piccolo figliolo mio, guarda, e scrivi l’ultima visione. Non temere: ma tu devi vederla, perché devi
scriverne ».
L’uomo, che, da inginocchiato
e quasi seduto sui talloni, aveva scritto fino ad allora, diligentemente, sul suo piccolo taccuino le parole sentite, e che fino
ad allora era stato quasi rapito dalla figura ardente, cremisi e bronzea, del santo Patriarca, girò gli occhi, la testa,
il corpo. Si rizzò
in piedi, frastornato, e si guardò intorno.
L’immensa basilica
era vuota, buia, ma di un buio strano, di un’ oscurità incerta. Sentì un’aria fredda, una brezza leggera
accarezzargli il viso, alzò lo sguardo seguendo d’intuito il percorso che aveva fatto il vento, e restò senza
fiato, senza fiato. Le stelle brillavano lontane, ma sembravano cadere dentro, nel blu profondo e largo della notte, tra le immani
arcate spezzate. Silenzio. Un silenzio tombale. La michelangiolesca cupola non voltava più i suoi archi superbi, la lanterna
non annodava nell’aureo fastigio gli sforzi del mondo. Tutto crollato. E a terra, tra le macerie immani, antiche, lasciate
lì da un pezzo, vide davanti a sé il gran trono del giudizio, la cattedra che governava i re. Sopra un gran cumulo
di detriti, di cornicioni, di capitelli e fregi, essa pesava in obliquo sulle pietre e sui marmi rotti. Dov’erano le statue
possenti dei quattro santi Padri?
« Sono scomparse
tra i detriti del crollo ». L’uomo sentì la voce bassa e potente di Giovanni, la ‘bocca d’oro’,
parlare ora lentamente dietro di lui, come aveva parlato fino ad allora: quasi tenendo una lezione: « Il mondo
non può girare su due cardini. La storia è una sola, e gira intorno alla parola di Dio, che è una sola, e
alla sua vivente e perenne Scrittura, una e una sola anch’essa. Noi siamo la parola di Dio: noi Padri, noi Dottori, noi
Magistero, noi Pastori, noi Chiesa, noi Papi, noi pecorelle, noi Apostoli, noi Evangelisti, noi Cristo ». San Crisostomo
alzò le braccia al cielo.
Piccolo, magro, rivestito
di una vecchiezza antica e forte, era imponente nel gesto, quasi divinamente terribile. « La storia e i secoli
del mondo girano le loro politiche, le loro scienze, le loro intenzioni e le loro piccole e grandissime gesta intorno e intorno
al Verbum, alla spada affilata che trafigge il mondo da parte a parte dal suo alfa al suo omega, dal primo “Fiat”
all’ultimo decreto ».
Nella sua voce, la voce
d’altri cieli percosse tutta l’immane basilica: «
La verità veste tutta questa storia e ne trasuda, come un gran sudario, ogni stilla. Non si dia mai un mondo che giri
su altro cardine che non sia quello del Logos, non si dia mai un mondo che vada incerto traballando da un asse all’altro.
« Ora va, piccolo
figlio della Chiesa. Va in pace. Io, Giovanni Crisostomo, 1 Patriarca della Chiesa di Costantinopoli, esiliato e morto per il
Cristo nelle terre gelide del Caucaso, Padre e Dottore della Chiesa romana, cattolica e apostolica, ti benedico la fronte, le
labbra, il cuore, perché tu possa ora parlare la Parola cui con tanto amore ti sei convertito: verrà anche per il
popolo dell’Antica Alleanza il tempo della sua riconciliazione con Dio, il tempo in cui da se stessa, come il sublime Abramo,
si lascerà disperdere per i quattro angoli della terra in un atto di generosa, incomparabile umiltà tutto amore,
tutto dedizione, in un atto che stupirà le genti per il suo eroismo, per il suo altruismo.
« Israele dimostrerà,
con un volontario e, stavolta, davvero cristico olocausto, a tutto il mondo, a tutti i popoli del mondo, che i decreti di Dio
Padre Figlio e Spirito Santo vanno amati, vanno rispettati, vanno obbediti, fino a dare, a causa della loro strenua santità,
anche la vita. Anche la patria. Anche la terra ".
Il beato toccò con
la punta delle dita la fronte dell’uomo, gli passò la mano sugli occhi, come una carezza, come togliendogli una benda,
un velo.
Ed ecco che intorno all’uomo,
nel chiarore terso delle prime albe, tutto riprese il suo aspetto consueto: la cattedra di bronzo si poggiava, solenne, sui grandi
quattro santi Padri; i panneggi sembravano scuotersi per qualche vento soprannaturale; i cherubini osannavano intorno ai raggi
sacri che si irradiavano dalla colomba dei cieli. E la cupola pacificava il mondo, sopra gli altari.
Paolo Giovanbattista Caifa
si alzò lentamente in piedi. Prese il taccuino, lo guardò: era tutto ben scritto, con la sua scrittura ordinata
e diritta, da destra a sinistra. Lo ripose nello zainetto con la penna. Si inginocchiò, si fece il segno della croce e
si avviò verso l’uscita. Ora cominciava a capire cosa davvero voleva dire “seguire il corso della storia”:
voleva dire seguire il Verbum, il suo cammino d’agnello...
Assorto nei grandi pensieri
percorse la lunga navata deserta, l’altare della cattedra alle sue spalle sempre più piccolo, più lontano,
ma anche, ora, più solenne. Uscì all’aria fresca, frizzante, della prima mattina: “Giusto l’ora
delle Laudi”, pensò, e si mise a cantillenare a mezza voce, come aveva ormai bene imparato.
Il tempo ora era compiuto,
i suoi occhi erano stati aperti su tutte le cose che egli doveva conoscere e far conoscere intorno al Logos divino, intorno alla
Parola più grande e importante dell’universo, intorno al cardine del mondo. Egli ora sapeva che la ragione avrebbe
riconosciuto come ogni argomento portato era buono, suadente, irrinunciabile: la ragione non avrebbe tardato ad affermare la sovranità
che spinge la verità a farsi realtà.
Ma prima doveva compiere
un’ultima incombenza, alla quale tutta la sua anima si trasportava. E si accorse che il suo cuore quasi scoppiava, lì
cantillenando i sacri distici, al pensiero che si era presentato chiaro, netto, alla sua mente.
Sapeva cosa doveva dire
ai suoi antichi fratelli, ai suoi vecchi amici, ai suoi non ancora perduti compagni. Sapeva cosa dire e sapeva che, forse, qualcuno
di essi lo avrebbe anche ascoltato. E ascoltandolo – si disse – chissà mai che quel qualcuno tornasse a muovere
l’intelletto per il verso giusto della storia e, così tutto riordinato, finisse per riporre il cuore nello scrigno
della vita preparato proprio per lui dal grande Re? Il destino di quel popolo, come ricordava l’Apostolo, era un grande
destino, e lo si sarebbe ben visto alla fine dei tempi, bastava non aver fretta. Come Dio.
L’uomo si guardò
intorno, sulle gradinate davanti al vasto colonnato rassicurante e bianco. Sorrise, e si diresse con tranquilla decisione verso
quella che, un giorno, non sarebbe più stata conosciuta, tristemente, come la Sinagoga bendata.
* Direttore del Dipartimento di Estetica
della Associazione Internazionale “Sensus Communis” (Roma).
|