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INTRODUZIONE VII. A
proposito di prassi, quella chiamata più direttamente in ballo è l’azione ecumenica, o, meglio, il dialogo
interreligioso. Ora, è proprio il dialogo interreligioso (ossia il rapporto con le religioni non cristiane) a costituire
problema, non l’ecumenismo in senso stretto (che, nel linguaggio della teologia cattolica vuol dire l’impegno per
la riunificazione di tutte le confessioni cristiane nell’unica Chiesa di Cristo); da questo punto di vista, il dialogo interreligioso
costituisce un problema grave se condotto in modo tale da indurre il popolo cristiano a ignorare o mettere in ombra ciò
che differenzia noi fedeli cristiani dagli ebrei e dai musulmani.
Il dialogo ha certamente
le sue esigenze di prudenza, talvolta anche esigenze (cautele, tattica) che sono chiaramente di tipo politico, perché bisogna
fare i conti con le forze che agiscono nella storia del mondo; ma ciò è comprensibile e giusto solo fino a un certo
punto: non fino al punto di accantonare la logica della verità – che invece è l’unica che conta in ogni
momento della vita cristiana, anche nell’apostolato “ad fidem” – per adottare solo criteri pragmatici
di efficacia immediata. Il fine non giustifica i mezzi.
I disegni misericordiosi
di Dio, il quale ci ha rivelato (e per questo possiamo dirlo con assoluta certezza) la sua volontà efficace « che
tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità », non si possono assecondare con un apostolato
che mette in ombra proprio la verità che salva, proprio la buona notizia che noi siamo stati destinati fin dall’eternità
a partecipare dell’amore e della gioia della Trinità beatissima.
VIII.
Riaffermare i criteri di base per un fecondo apostolato tra i non cristiani serve anche e soprattutto per riaffermare
nel proprio cuore l’adesione incondizionata e totale della mente e del cuore stesso alla verità rivelata, una verità
che deve essere sempre oggetto di amorosa contemplazione.
Infatti, come scrisse un grande
teologo del Medioevo (impegnato anche nel dialogo dottrinale con l’ebraismo e l’Islam), « la conoscenza della
trinità di Dio nella sua unità è il frutto e il fine di tutta la nostra vita [cognitio trinitatis in unitate est
fructus et finis totius vitae nostrae] ». 1
E un grande santo dell’età moderna, Giovanni della Croce, dottore della Chiesa per la teologia mistica, ha incentrato
la sua dottrina della vita spirituale cristiana proprio nella nozione di “inabitazione della Trinità nell’anima
in grazia”. 2
Un teologo dei nostri giorni,
buon conoscitore della Tradizione, scrive: « La Trinità non è un problema astratto, bensì ciò
che sostanzia il nostro vivere umano, lo sprone a corrispondere alla vocazione di esser persona relazionata all’altro.
[…] La forza del monoteismo cristiano risiede in questa limpida verità: l’Unico Dio è unità originaria
e scambievole di amore in cui le tre persone si donano reciprocamente, e questo si è reso vivo nella Pasqua di nostro Signore
Gesù Cristo ». 3
Pertanto, osserva questo teologo,
nel dialogo interreligioso « la discriminante resta sempre l’unicità del Cristo in ordine alla salvezza assoluta
dell’uomo e della storia. È chiaro però che ne è coinvolta una questione connessa molto importante, anzi
fondativa: di che tipo di monoteismo si tratta? La sfida verte perciò sul monoteismo trinitario e il mistero dell’Incarnazione
». 4
Di questa “questione connessa,
anzi fondativa”, trattano – sulla base degli specifici interessi culturali, dottrinali e spirituali dell’autore,
e con il suo peculiare linguaggio da cultore della storia e dell’arte – le pagine che seguono.
Come ho già detto, io le ho trovate utili ai fini di una più chiara e profonda presa di coscienza dei contenuti della
nostra fede cristiana; il mio auspicio, pertanto, è che esse vengano intese proprio in questo senso – non come critica
o polemica intraecclesiale – e che così servano a intendere nel giusto senso le iniziative pastorali che negli ultimi
decenni hanno mirato a promuovere il dialogo interreligioso (che per noi cristiani non può non avere sempre, come meta ultima
essenziale, l’evangelizzazione dei popoli, per condurre tutti, nella carità, alla fede nella Trinità, secondo il
mandato di Cristo alla sua Chiesa), mentre al contempo, con la grazia di Dio, progredisce il dialogo ecumenico, ossia l’intesa
più piena tra coloro (cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti) che professano la medesima fede nella Trinità.
La mia preoccupazione –
che è, credo, anche quella dell’autore di questo libro – è appunto che, al livello dell’opinione pubblica
ecclesiale, non si intendano tali iniziative nel modo sbagliato, quasi si volesse ridimensionare l’importanza della verità
rivelata per attribuire importanza solo ai risultati immediati del dialogo sul terreno (inevitabilmente sempre ambiguo, anche se utilmente
praticabile) delle manifestazioni esteriori di consenso e delle reciproche espressioni di rispetto tra rappresentanti di comunità
religiose professanti diversissimi credo.
ANTONIO LIVI
Cappellano di Sua Santità
Socio ordinario dell’Accademia di San Tommaso
Professore ordinario di Filosofia della conoscenza
e Decano della Facoltà di Filosofia
della Pontificia Università Lateranense.
Sito internet: Sensus Communis
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1 Tommaso d’Aquino, Lectura libri Sententiarum,
I, dist. 2. Si veda in proposito lo studio di Hans Christian, "Personarum trinitas": die trinitarische Gotteslehre des
heiligen Thomas von Aquin, Eos Verlag, St. Ottilien 1995.
2 Si veda Juan Mario Faraone, La inhabitación trinitaria según San Juan de la Cruz, Pontificia
Università Gregoriana, Roma 2002.
3 Nicola Ciola, L’unica mediazione cosmica e universale di Cristo e l’odierno dibattito intorno
al pluralismo religioso, in Cristologia e Trinità, Borla, Roma 2002, p. 209. Vedi anche l’opera non più
recente ma sempre valida di Jean Daniélou: La Trinità e il mistero dell’esistenza, trad. it., II ed., Queriniana,
Brescia 1989.
4 Ibidem, p. 207. Vedi anche, del medesimo autore, il saggio Monoteismo cristiano come monoteismo
trinitario, in Lateranum, 55 (1989), pp. 208-256.
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