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Queste pagine, se pur dalla prospettiva (centrale, però) dell’ambito che investigano, permettono di valutare
la misura del superamento, sempre che vi sia stato, dello stato di “smarrimento della Chiesa” cui accenna il Santo
Padre con parole tanto gravi. Di più: esse forse possono positivamente fornire alcuni tra i più determinanti e profondi
motivi dello smarrimento, nella convinzione che l’individuazione più precisa e accorta delle cause del male contenga
già (come l’atto è contenuto nella potenza) la sua sconfitta.
Il primo fine che queste
pagine quindi vogliono raggiungere, in ordine ai due soggetti storici che trattano (Cristo e i giudei), è duplice: rafforzare
nella fede il già cristiano e spingere a cristificarsi anche il giudeo, così inducendo entrambi gli intelletti,
e i cuori dei loro intelletti, e i corpi che racchiudono i loro intelletti, a inoltrarsi nell’eternità.
Vi è però
un secondo fine più mediato e – crediamo – anche più insigne di questo, essendo ordinato all’insegnamento
della Chiesa. Infatti, dire “insegnamento della Chiesa” sarebbe dire Verbum divino. Il confronto che ci si
prova a compiere sarà quindi confronto tra le parole dette da alcuni odierni uomini di Chiesa e le parole soprannaturali
date dall’insegnamento perenne della Chiesa. Rispetto a quest’ordine, che percorre il fondo sacrale di tutta la storia
dell’uomo, la via che esse indicano, o non indicano, non è accidentale ma giunge, o non giunge, ai cardini stessi
del mondo.
Il secondo fine è
quindi quello di poter contribuire, se pur nella pochezza di questo autore, a un certo riassetto dottrinale, a partire dalla fattispecie
del tema studiato, provando a riannodarlo come si deve al criterio primigenio, immobile, perenne dell’ermeneutica. Criterio
inciso da san Vincenzo di Lérins nel motto celebrato dal Vaticano I: « Esclusivamente nel loro ordine, nella stessa
credenza, nello stesso senso e nello stesso pensiero ». 1 Che poi l’immobilità del
dogma (o, se si preferisce, della verità) presieda anche a una sua intrinseca vastità è fatto la cui pregnanza
è rilevabile nelle stesse proposizioni contestuali di quel concilio.
In ordine a questo secondo
fine, dunque, nel convincimento che solo nel dogma si trova la via a Dio, sono indagate la misura e la qualità con le quali
esso viene effettivamente protetto dagli uomini di religione preposti dalla Chiesa alla sua protezione. Infatti, che vi siano
nei secoli anche dei Pastori che non abbiano assolto pienamente a questo compito, è purtroppo dato triste, sì, ma
vero: non vi sarebbero le eresie, se non vi fossero dei cattivi Pastori a congetturarle. La cristianità, quindi, più
che scandalizzarsene, deve scongiurare Dio, sempre a lei provvidente, di non lasciarla nei triboli. Oggi succede invece, ma solo
oggi, che la cristianità si scuota, si scandalizzi, più perché vengono discusse le parole proferite dai Pastori,
che perché quelle parole siano effettivamente discutibili: la carità verrebbe così a essere preposta alla
stessa verità. Ma forse a volte sarebbe più conveniente che gli alberi siano scossi, facendo così cadere
qualche frutto malato, che non invece lasciarli in pace e permettere che le malattie si propaghino tra le foglie, per i rami,
di frutto in frutto, fino a rovinare tutta la pianta.
[…]
L’indagine si propone
quindi, prima di tutto, di contrastare le pericolose posizioni antimetafisiche derivate dalla specie adulterata dell’ecumenismo
attuale: non dall’ecumenismo per sese, ma da una sua specie adulterata. Per far questo, ci si soccorre ancora una
volta al salvifico principio di non-contraddizione, principio che non permette a un ente di essere contemporaneamente altro ente,
o di non essere esso l’ente che è.
Tre esempi per tutti: adorare
Dio nella Trinità, che contempla l’essere Dio uno nella sostanza ma anche coessenzialmente trino nelle
Persone, sembra essere divenuto il medesimo che adorare Dio senza questa circostanza sostanziale, formale, della sua trinitarietà,
come quando si dice di adorare il Dio delle « tre grandi religioni monoteiste ». Oppure: il Messia essendo
il Cristo disceso nel seno della Vergine Maria regnante Erode, come precisato con ogni cura nell’Evangelium, sembra
oramai volersi individuare, simultaneamente, anche in un Messia atteso ancor oggi dai giudei, secondo le aspettative della “doppia
venuta” condivise persino da eminenti ed eminentissimi uomini di Chiesa. Oppure ancora: pregare dinanzi alle vestigia del
tempio dell’Antica Alleanza dopo l’avvenuta discesa del vero Tempio del Dio vivente, Cristo GESÙ,
realtà definitiva di cui quello era efficace ma adempiuta figura, sembra cosa che un cattolico possa tuttora compiere,
come se la figura, dinanzi alla sopravvenuta realtà, sia ancora significante per una preghiera.
[…]
Non riconoscere Cristo
è sommamente antistorico: è l’antistoricità assoluta, non riconoscendo l’Ordinatore, la Causa
(alfa) e il Fine (omega) della storia. Il rischio oggi è che si offrano ai giudei anche da altissimi uomini
di Chiesa argomenti incantatorii per vivere fuori della realtà, nascondersi la realtà, inventarsi una realtà
fittizia, una fantasia superstiziosa e magica senza fondamenti, fatta a esclusivo proprio beneficio. Ovviamente, non si può
che guardare con apprensione alle moltiplicate distorsioni della verità/realtà, perché tutti i tanti uomini
implicati, cristiani o giudei che siano, peccano (rovinano) e fanno gravemente peccare (rovinare) contro Dio in tutte e tre le
virtù teologali.
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* Direttore del Dipartimento di Estetica
della Associazione Internazionale “Sensus Communis” (Roma).
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