| Egregio
Signor Emilio Gentile, vorrei aggiungere una postilla al Suo articolo « sui rapporti tra Mussolini e gli intellettuali
» (Domenicale n. 52, 22 febbraio 2004): finalmente qualcuno accenna in qualche modo alle cause metafisiche che portarono
molti (ma non tutti) ad aderire veementemente al fascismo, cioè a ciò che volle apparire un grandioso moto di rinnovamento.
Non a caso Lei bene cita Renzo De Felice, per il quale l’esperimento si basava sulla « affermazione del primato
della politica ».
Con questo Lei aiuta il
lettore a intuire che il motore di questo « dinamismo » “rivoluzionario” va cercato nei piani alti
della metafisica: nella indebita dislocazione delle essenze, per la quale il trono da sempre tenuto dall’idea viene spodestato
dall’atto (il primato della politica) a opera della metafisica germanica idealista. Lo dice bene Romano Amerio, filosofo
italiano di Lugano scomparso nel ’97, che, mai flesso al fascismo, annotava: « Quando si rinfaccia a Benedetto
Croce di avere nel senato italiano votato e sostenuto il fascismo ben oltre il delitto Matteotti, si rileva cosa secondaria. Il
fatto primario si è che la filosofia crociana (pari in questo alla filosofia gentiliana) covò il fascismo, diffondendo
in Italia le dottrine antidemocratiche dell’idealismo alemannico e quelle del Sorel. In sostanza Croce professa il machiavellismo,
per il quale il criterio è il fatto » (Aforisma 276).
Il fatto, non l’idea,
diviene motore alla storia. Come mostro in un mio studio di prossima pubblicazione (Scusi, posso dirle la verità? Romano
Amerio e il ferimento del Verbo divino), Amerio rifiutò le insistenti profferte di padre Gemelli, che lo voleva alla
sua nascente Università Cattolica, attendendo forte animo la disfatta del fascismo per sostenere (a 46 anni!) gli esami
per la libera docenza in filosofia.
Amerio, al contrario di
Moravia, Brancati, Bobbio, Zangrandi, Lajolo, e altri, rimase intimamente antifascista prima, durante e dopo l’invasata
corsa di uomini che non avevano riconosciuto al Verbum divino la signoria sulla Storia, con la visione della Storia perfetta,
amorosa e generativa che Egli in sé ha e che Egli è, come insegna la metafisica cattolica (S. Tommaso, S. Th., I,
q. 34, a. 3., ad 4: « Dio, intendendo se stesso, intende tutte le creature »). D’altronde: come avrebbe
potuto il filosofo che denunciò per tutta la vita la prepotenza dell’atto sull’idea, sul Verbo, aderire all’antivita?
Enrico Maria Radaelli

Gentile Signor Radaelli,
devo innanzitutto precisare che la definizione del totalitarismo come « affermazione del primato della politica
», da lei citata, è mia, e non di Renzo De Felice, che comunque la condivideva. Questa precisazione è necessaria
per chiarire quel che intendo dire quando affermo che l’esperimento totalitario fascista ha affascinato molti intellettuali.
I motivi del fascismo totalitario
sono molti, e probabilmente possono essere meglio compresi se consideriamo l’intreccio tra cultura e politica, che fu all’origine,
nell’età contemporanea, di un potente mito rivoluzionario, cioè la degenerazione dell’uomo attraverso
la politica. La politica rivoluzionaria assumeva così la missione di definire il significato e il fine ultimo dell’esistenza
umana, quanto meno su questa terra, e quindi di rigenerare l’umanità e creare un uomo nuovo. Io credo che la volontà
di rigenerare e di plasmare l’uomo sia un’aspirazione intima di molti intellettuali. Non so se questo significa,
come Lei scrive, che il motore dell’esperimento totalitario sia « nei piani alti della metafisica ».
Penso che il motore degli esperimenti totalitari del ventesimo secolo sia stato interamente umano e mondano, anche se, proprio
per la sua pretesa di totalità e di palingenesi umana, questi esperimenti sono apparsi, e sono stati vissuti soprattutto
da molti intellettuali che vi parteciparono, come tentativi di “assalto al cielo”.
Giovanni Gentile fu il
più importante degli intellettuali italiani sedotti dal mito rivoluzionario della rigenerazione attraverso la politica.
Io penso che la sua concezione militante della filosofia, la sua visione della storia italiana dal Risorgimento in poi, come una
lunga preparazione alla rigenerazione del carattere italiano, contribuirono effettivamente all’elaborazione e all’attuazione
dell’esperimento totalitario, che fu seducente come una impresa “grandiosa”. E forse proprio il fascino di
questa “grandiosità”, insieme al corteggiamento di un potere generoso di denaro verso gli uomini di cultura
e gli artisti, rende ancor più ammirevole la dignità dei pochi intellettuali che seppero resistere e furono sempre
antifascisti.
Non credo invece che si
possa asserire che « la filosofia crociana covò il fascismo ». Croce errò, in principio,
come gran parte dei liberali, nel credere che i fascisti potessero servire a restaurare lo Stato liberale. Ma quando comprese
il suo errore, nel 1924, divenne aperto e deciso nemico del fascismo, trovandone le ragioni nella sua stessa filosofia, cioè
in una concezione della vita che negava il primato della politica, e quindi rifiutava il machiavellismo assurto a professione
di fede. La critica di Croce alla democrazia non era una critica antiliberale, come lo era invece quella fascista. Croce fu un
teorico del realismo politico, e molti intellettuali fascisti, a cominciare da Gentile, lo considerarono un “fascista”
suo malgrado, perché, secondo loro, li aveva educati al disprezzo della democrazia e al culto della violenza. Ma considerare,
per questo, Croce responsabile del fascismo sarebbe come attribuire al geologo che studia realisticamente i fattori che provocano
i franamenti, la responsabilità delle frane provocate dagli artefici di un disboscamento dissennato.
Emilio Gentile
____________________________________________
BREVE REPLICA.
Come per tutte le discipline
scientifiche, se un geologo sfugge ad alcuni parametri, se preme su alcuni fattori più che su altri, se snerva alcuni princìpi
della sua scienza per favorirne altri, qualche responsabilità sulle conseguenze che la sua piattaforma scientifica avrà
avuto in geologia ce l’avrà: dei successi come dei dissesti.
Croce e la sua filosofia,
dice Amerio, avrebbero una responsabilità nei confronti del fascismo per il motivo che il fascismo sarebbe frutto proprio
di quell’immanentismo assoluto perseguito da Croce con un’insistenza piuttosto anticattolica. Se in Italia non si
fosse respirata quella cultura (anzi: quell’ideologia) tutta immanentista che Croce aveva mediato da Hegel, il giovane
Fascio non avrebbe trovato punto terreno favorevole allo sviluppo del suo pessimo seme. Croce aderì al fascismo e poi lo
sconfessò credendo di trovare nella sua stessa filosofia i motivi della sconfessione, ma appunto questo dimostra Amerio:
che non li trovò perché non poteva trovarli.
Con la « filosofia
dello spirito » Croce si peritò di eliminare, in particolare, ogni residuo di quella trascendenza che ancora
gli sembrava macchiasse l’idealismo di Hegel, di Schelling, dello stesso Gentile: in Hegel con la distinzione tra l’Idea
e le sue realizzazioni; in Schelling tra Assoluto e relativo; in Gentile tra l’Io trascendentale e l’io empirico.
Nel sistema crociano, una vera filosofia immanentistica, per essere tale, deve affermare l’identità assoluta tra
l’Idea dell’Assoluto e l’Io del mondo, cioè la Storia. Vero immanentismo è lo « storicismo
assoluto », per il quale la realtà dello Spirito è la Storia e nient’altro che la Storia. Come dice
l’Abbagnano, « si nega l’esistenza di un mondo di valori al di sopra del mondo storico ». L’identità
è: Spirito = Storia.
Dunque il Nume è
la Storia. Cioè l’atto. Che in ciò sia insita l’idea di grandiosità di cui parla Emilio Gentile,
va da sé. Quando io, nel mio studio di prossima pubblicazione (Scusi, posso dirle la verità? Romano Amerio e il
ferimento del Verbo divino), dico che il filosofo Romano Amerio non ha approvato il fascismo a causa dei risvolti metafisici che
comportava, dico che la sua integrità politica dipese da una previa dirittura morale, poiché egli non permise che
la teoretica da fare sulle essenze (dare al Verbo divino, all’Idea, la primalità assoluta, e all’atto, alla
volontà, alla storia, il posto secondo) venisse macchiata da qualsivoglia “passione”.
Passione che per i Moravia,
i Bobbio, i Lajolo, i Zangrandi furono, come scrive Gentile, « la volontà di rigenerare e di plasmare l’uomo
», o « il corteggiamento di un potere generoso di denaro verso gli uomini di cultura e gli artisti »,
di entrambi matrice il connubio tra superbia intellettuale e superbia politica, equamente ripartita tra le parti collidenti. Croce
fu certo alieno dalla seconda, ma la prima che ruolo ha avuto nella sua filosofia? La filosofia dell’immanenza venne congetturata
proprio al fine « di rigenerare e di plasmare l’uomo » senza l’intrusione di Dio e della religione.
Fa dunque bene Emilio Gentile
ad apprezzare « la dignità dei pochi intellettuali che seppero resistere e furono sempre antifascisti »,
ma se, primo), non coglie il nesso tra la (vera, unica e madre di ogni altra) causa e un suo facile effetto; secondo) non avvalora
in nomi e cognomi i pochi uomini che con azioni intellettuali prima che politiche indicarono la sede dell’errore; terzo),
non umilia quegli altri pensatori che con azioni intellettuali indicarono come verità da perseguire quelle che erano solo
terribili storture anche filosofiche, non conclude fino a dove dovrebbe concludere l’opera di filosofi come De Felice, e
(aggiungo io), come Romano Amerio.
Fino a quando non si riconosceranno
i falli del geologo, è possibile che qualcheduno trovi in quel suo particolare sistema geologico un impianto grandioso,
affascinante, rivoluzionario, che lo potrebbe convincere a disboscamenti e a opere dissennate forse non del tutto previste, in
sé, dal geologo, ma molto conseguenti l’impostazione da lui svoltata alla geologia. Ma possono gli intellettuali
impostare i loro grandi sistemi scientifici e filosofici senza valutarne le molto implicite e spesso quasi ovvie conseguenze?
E. M. R.
Una postilla. Il signor
Emilio Gentile inizia la sua risposta correggendomi, di modo che il lettore sùbito si fa di me l’idea di un interlocutore
dalle idee confuse, incapace di far bene anche solo una citazione. Ma non è così: la citazione che io avrei attribuito
erroneamente a De Felice, e non a lui, è invece proprio sua, come si ricava dal contesto che qui riporto, nel quale Gentile
trascrive due passi di De Felice e, tra i due, pone solo un suo raccordo: « Questo esperimento di rigenerazione fu messo
in opera da “una classe di moderni Platoni, i quali volevano costruire uno Stato organico e dinamico, e consideravano la
politica come valore assoluto fine a se stesso”. L’esperimento si basava su “l’affermazione del primato
dell’azione politica ».
Come si vede, il concetto
del primato politico è di De Felice non una volta, ma addirittura due.
|