| (Segue)
Partendo dalla premessa (falsa) che di per sé ogni religione, se ritenuta vera, produce intolleranza, fanatismo e conflitti,
si insiste nel costringere le confessioni religiose negli angusti e innaturali spazi di un “minimo comun denominatore”,
che (guarda caso) coincide con il Dio del deismo settecentesco, quello che è invocato dalla Massoneria a garanzia di un
ordine politico nel quale la religione non deve avere alcuna influenza pratica.
In
tal modo il pragmatismo politico, animato dall’ideologia del pacifismo, utilizza oggi
la categoria sociologica (non teologica) del “monoteismo” come strumento concettuale
per imporre l’indifferentismo, mostrando un atteggiamento di tolleranza solo per una
religione che non si ritenga vera (depositaria di una verità divina) ma soltanto etnicamente
e storicamente rilevabile, e pertanto giustificabile se ricondotta a un generico “senso
religioso” di stampo deistico, che esclude l’ipotesi di una Rivelazione divina
e pertanto il dogma.
Il
dogmatismo diventa così l’avversario ideologico principale: e infatti ritorna
sempre nella propaganda ideologica l’equazione (falsa) “dogmatismo = intolleranza
e guerra”. Una religione che osi presentarsi come l’unica vera, a differenza di
altre che pure sono “monoteistiche”, va condannata, combattuta, se possibile eliminata.
E
ai nostri giorni l’operazione politica dell’ideologia pacifista ha buon gioco
nel suo progetto di omologare a sé anche la cultura teologica, perché l’indifferentismo
e il relativismo dogmatico sono già penetrati in ampi settori dell’opinione pubblica
cristiana, anche tra i cattolici, tanto che la Chiesa ha dovuto intervenire (senza molto successo,
purtroppo, almeno per ora) con il documento chiarificatore intitolato Dominus Iesus.
1
II.
Ora, l’assunto di Radaelli – se ho ben compreso la sua argomentazione – è proprio questo: l’opinione
pubblica all’interno della comunità dei credenti dovrebbe rendersi conto della manovra ideologica nella quale è
stata implicata; deve prendere di nuovo coscienza del primato che spetta alla Rivelazione divina – come unica verità
salvifica, in quanto culmine e compendio della storia della salvezza – nell’àmbito religioso; deve tornare
a vivere la vita cristiana come vita di fede autentica, una fede che sia adesione di tutta la persona alla verità rivelata,
orientando la propria vita al Dio uno e trino che si è rivelato in Gesù Cristo, subordinando alla verità
divina tutti gli altri interessi e valori in gioco, a cominciare proprio dalla politica (perché la religione non diventi
di nuovo, come in altre tristi epoche, “instrumentum regni”).
Insomma,
la comunità dei credenti, anche a livello di pubblica opinione, deve riscoprire la
specificità della fede cristiana, incentrata sul dogma della Trinità. È
la Trinità che noi adoriamo, è da lei che ci attende la nostra personale salvezza
e tutto ciò che vi è connesso (compreso il bene comune temporale), è
da lei che ci attendiamo di essere un giorno beatificati potendola contemplare faccia a faccia.
III.
Così ho letto il libro di Radaelli, e con questa lettura mi sono sembrate convincenti tante sue argomentazioni, e mi sono
sembrate opportune tante sue riflessioni; mi sono sembrate sostanzialmente giuste – al di là delle espressioni verbali,
forse talvolta irriguardose nei confronti dei legittimi Pastori – anche le sue osservazioni sull’opportunità
di gestire i rapporti con le altre religioni in un modo che rischia di ingenerare nell’opinione pubblica cattolica quel
relativismo dogmatico di cui parlavo; sono sicuro che queste osservazioni non intendono assolutamente alimentare quella critica
faziosa di persone e istituzioni che tanto male ha sempre fatto (e oggi più che mai fa) alla vita ecclesiale, ma vogliono
essere semplicemente un richiamo a interpretare bene ciò che avviene all’interno della Chiesa, senza scandalizzarsi
di alcunché ma senza nemmeno ignorare i problemi, assuefarsi all’errore o addirittura contribuire a diffonderlo.
La
Chiesa, infatti, è quel campo seminato del quale parla Gesù: Dio creatore e
redentore vi ha seminato il buon grano, ma il Nemico vi ha poi seminato anche la zizzania,
approfittando del fatto che « gli uomini dormivano » (Matth., XIII,
25); ora (nel tempo che va dalla fondazione della Chiesa fino alla Parusia) il grano cresce
assieme alla zizzania, e la zizzania non la si può estirpare, perché occorre
attendere la fine dei tempi, quando Dio interverrà a purificare interamente e a santificare
definitivamente la sua Chiesa.
Nel
frattempo, se qualcuno di noi, accorgendosi del pericolo di appartenere a quanti “dormono”,
fa tesoro del dono della fede viva e della buona dottrina per avvertire del pericolo della
zizzania, non può che fare opera meritoria.
Questo
è appunto, ai miei occhi, l’aspetto positivo – in quanto costruttivo –
del lavoro di Radaelli.
IV.
LE RAGIONI DELLA FEDE. Mi sembra giusto, peraltro, spendere qualche parola per chiarire il senso del mio intervento
in questo lavoro.
Io
non pretendo certamente di garantire, su una base di una specifica e riconosciuta autorevolezza
ecclesiologica, la correttezza del discorso che Radaelli fa in questo libro, sia sul piano
della teologia dogmatica (Trinità e Chiesa) che sul piano della pastorale (catechesi
per i fedeli e dialogo interreligioso); io intendo piuttosto avvalermi della mia competenza
gnoseologica per segnalare quest’opera sulla fede cristiana per l’eccezionale
rigore logico che ne garantisce l’intrinseca coerenza, e pertanto la plausibilità.
Si
tratta di un pregio solo apparentemente formale (in una riflessione scientifica sulla dottrina
della fede, quale è la teologia, il rigore logico tocca direttamente i contenuti, ossia
l’intellectus fidei), che io ho apprezzato come filosofo, specialista appunto
di logica aletica, ma che ho apprezzato soprattutto perché in questo caso la plausibilità
dell’argomentazione è al servizio di una migliore comprensione della verità
di fede, anzi è l’unico modo con cui si può fare teologia come servizio
ecclesiale.
Dovrebbe
essere evidente, peraltro, che l’intervento di un filosofo cristiano in un dibattito
sulla fede cristiana non è abusivo. Il fatto che la questione affrontata sia squisitamente
teologica non toglie che anche un filosofo – soprattutto se interessato, come lo sono
io, alla logica della fede 2 – abbia qualcosa di importante da dire in merito.
|