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V. IL “DIO DEI FILOSOFI” E IL “DIO DI ABRAMO, DI ISACCO, DI GIACOBBE E DI GESU’ CRISTO”.
La cosa importante da dire – a mio avviso – è che la filosofia cristiana ha sempre dimostrato con argomenti
razionali che la ragione umana non può in alcun modo penetrare il mistero di Dio, la cui esistenza peraltro è assolutamente
certa anche al livello del senso comune: 1 noi uomini sappiamo molto bene che Dio è, che tutto dipende
da Lui; ma non possiamo arrivare a capire Chi Egli sia, perché la sua essenza trascende infinitamente le possibilità
della nostra conoscenza (come diceva Tommaso d’Aquino: « Quod Deus sit certe novimus; quis Deus sit penitus ignoramus
»).
In
teologia, la conseguenza di questa verità filosofica è che il Dio che per grazia
conosciamo nella fede (e la fede è vera conoscenza, sia pure “come in uno specchio
e nel mistero”) è il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, il Dio
che noi cristiani conosciamo come Trinità di Persone nell’unità dell’essenza.
2
In
questo senso – in un senso gnoseologico – ha perfettamente ragione Radaelli nel
dire che non c’è altro Dio che il Dio cristiano (ossia, Dio conosciuto dai cristiani
per Rivelazione di Dio stesso), e che il Dio immaginato come lo immaginano le cosiddette “altre
due religioni monoteistiche”, in quanto rifiutano di credere alla Rivelazione di Cristo,
non è il vero Dio.
Si
comprenda: non è il vero Dio che si è dato a conoscere nella vera Rivelazione
soprannaturale, ma è tutt’al più il Dio dei filosofi, ossia il Mistero
ineffabile che – senza la Rivelazione – non consente alcun discorso propriamente
religioso su Dio. Ma ebraismo e Islam si presentano invece come religioni, e il loro parlare
di Dio vuole essere un discorso religioso (la volontà di Dio, i suoi disegni di salvezza,
la sua legge), ed è qui che occorre avvertire con energia che non si tratta più
di una “nozione comune” ma di una nozione vera che si contrappone insanabilmente
a due nozioni false.
VI.
Fare questo discorso, così come lo fa Radaelli, significa riportare in primo piano la logica aletica, quella logica della
verità che oggi si tende a emarginare o addirittura ignorare quando in primo piano ci sono appunto le varie espressioni
della logica pragmatica.
In
rapporto al problema che Radaelli affronta in questo libro si dà il caso che molte
(anche legittime) istanze pragmatiche abbiano di fatto determinato noti indirizzi di teologia
pastorale e azione ecumenica che hanno contribuito a offuscare la specificità della
fede trinitaria e del vero culto « in Spirito e verità » (Ioan.,
IV, 23).
Ben
vengano allora queste precisazioni e queste (forse talvolta troppo veementi) polemiche sulle
azioni intraprese e da intraprendere per garantire l’ortodossia a tutti i livelli, da
quello propriamente teologico a quello della comune opinione pubblica (dove il “sensus
fidelium” è di grande aiuto per cogliere l’importanza dei problemi
dottrinali). Il popolo cristiano ha bisogno di essere continuamente confermato nella fede,
sia nel momento della catechesi che nella liturgia, ma lo stesso problema si pone quando si
tratta dell’evangelizzazione, perché il mandato missionario è stato formulato
dal Signore proprio in termini trinitari: « Andate e ammaestrate tutte le genti,
battezzandole nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo » (Matth.,
XXVIII, 19).
Ecco
allora che acquista grande rilevanza il riproporre in termini radicali il problema della verità
su Dio: è vero soltanto il volto di Dio manifestato nel messaggio cristiano, o sono
veri anche quei volti con i quali sono rappresentati dal messaggio religioso dell’ebraismo
e dell’Islam?
Per
dirla in termini più precisi dal punto di vista formale: la nozione di Dio del cristianesimo
è l’unica nozione vera, oppure sono vere, almeno in parte, le nozioni che di
Dio hanno Israele e l’Islam?
La
risposta consueta è che non si dovrebbe porre il problema in termini così drastici,
di verità o falsità, e che – nel caso che si debba proprio parlare di
verità – occorre attribuire alle tre religioni “monoteistiche” la
prerogativa della verità “naturale” su Dio: ossia, che Dio esiste e che
è l'unico Dio. Questo si intende dire, in effetti, quando si parla di “religioni
monoteistiche”.
In
realtà, il livello della “verità naturale” è ampiamente superato,
perché quando si parla di ebraismo e di Islam non ci si riferisce a filosofie precristiane,
che noi oggi diciamo “pagane” (si pensi al Dio aristotelico, concepito come “primo
motore non mosso”), le quali esprimono la religiosità naturale di ogni uomo e
le certezze del senso comune riguardo a Dio, concepito come Mistero; queste filosofie, in
quanto vere nei limiti delle possibilità della ragione naturale, sono di per sé
aperte a una eventuale Rivelazione soprannaturale, e di fatto la loro parziale ma fondamentale
verità è servita e serve come un insieme di premesse razionali (“praeambula
fidei”) che rendono possibile l’accoglimento della Rivelazione da parte della
ragione umana sorretta dalla grazia.
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1 Cfr Antonio
Livi, La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica, Leonardo da
Vinci, Roma 2001.
2 Vedi in proposito: Yves-Marie Congar, Il monoteismo politico
dell’antichità e il Dio-Trinità, trad. it., in Concilium, 16
(1981) 3, pp. 56-65; André Manaranche, Il monoteismo cristiano, trad. it., Queriniana,
Brescia 1988. |