Il volume si legge volentieri e suscita interesse, poiché affronta una situazione contemporanea concernente alcune idee
centrali della dottrina e identità cattoliche, in pericolo di essere manomesse o addirittura rifiutate da teologi e pastori
o, più in generale, da quella corrente di pensiero e d’atteggiamento chiamata dall’A.
« confusione ecumenica » (p. 88), con la conseguenza disastrosa di cadere nel sincretismo e in un facile
e ingannevole irenismo (cfr. TMA, § 53), a grave danno per il disorientamento e l’apostasia tra il popolo cristiano.
Affronta e critica affermazioni
e gesti ambigui, e perfino erronei, di elevate personalità della Chiesa: « Quelle
autorità ecclesiastiche persistono quindi con metodo moralmente eccepibile a propalare concetti falsi solo per perseguire
il fine di un’auspicabile pacificazione di popoli, però confondendo e scandalizzando i semplici e offendendo Dio
» (p. 89). Lo fa, si sente, non per spirito di polemica o di vilipendio, ma mosso da un sincero e profondo amore per la
Chiesa cattolica e per la salvezza delle anime. D’altra parte espone un malessere spirituale e teologico, che sorge da diverse
componenti della comunità cristiana, come anche rappresenta un’esigenza di chiarificazione e di legittime precisazioni
sull’identità e la specificità del cattolicesimo nel momento in cui si trova a dover rapportarsi ad altre
entità religiose e culturali.
Per queste ragioni il volume
acquista un significativo valore nel contesto della ricerca e del confronto teologico odierno, come viene messo in rilievo dall’Introduzione
di A. Livi.
Egli prende l’avvio
da un’espressione, oggi ripetuta da ogni parte, presente anche nei discorsi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, che la nostra
religione cristiana è « una delle tre grandi religioni monoteistiche »
(pp. 72-77). Al contrario, sostiene che il cristianesimo possiede un « monoteismo trinitario
», nel senso che accoglie in toto la Rivelazione del Figlio di Dio fatto uomo, il quale si rapporta al Padre e dona
lo Spirito Santo. Per cui il monoteismo cristiano, diversamente dai monoteismi monadici, crede in un Dio uno e trino in modo così
stringente e sostanziale, che « se non è uno e trino, Dio nemmeno è
» (pp. 98-114).
Il ragionamento è
svolto in maniera metafisicamente e teologicamente corretta, per sé ineccepibile, costituendo probabilmente le pagine più
incisive e originali del testo. L’unico rilievo sta nell’uso del termine neologistico “Trinitarietà”
anziché “Trinità”. Ci si chiede la motivazione di questo vocabolo che, preso in astratto, ha una valenza
attributiva o modalistica, non conforme alla sostanza reale e sussistente divina, composta di tre ipostasi. Va bene, quando esso
si applica in forma d’aggettivo, “mototeismo trinitario”, significante la compresenza dell’Unità
e della Trinità, ma, considerato in assoluto quale sostantivo, la “trinitarietà” assume un senso indeterminato
e sfuggente.
L’A. inoltre riprende
e sviluppa la teoria della “sostituzione”, la quale afferma che la Chiesa costituisce il nuovo Israele e non esistono
più due popoli di Dio; non si può fiancheggiare l’idea della duplice alleanza o delle due leggi o delle due
fedi, che restano parallele, come se la Chiesa cattolica dovesse accettare una fede diversa accanto alla propria, fede in un altro
Messia ancora da venire; come se, di conseguenza, la Rivelazione attuatasi in Cristo fosse imperfetta e incompleta (pp. 246-56).
La tesi è suffragata
da testi vetero- e neo-testamentari, evidenti ed eloquenti in sé, come anche da molteplici testimonianze degli antichi
Padri e Dottori. Mentre oggi si tenta di dare una nuova interpretazione, con l’ardimento di correggere gli stessi detti
scritturistici, addirittura le parole stesse del Verbo Incarnato.
Riferisce e discute acutamente
alcune dichiarazioni di cardinali (Martini, Ratzinger, Etchegaray), della Pontificia Commissione Biblica e del Predicatore della
Casa Pontificia. In fondo, dice l’A., si prende un abbaglio, quello di considerare le cose a livello carnale, secondo calcoli
umani e sociali, entro una prospettiva di concordismo e d’apparente benevolenza, piuttosto che seguire la verità
della fede e la fedeltà alla divina Rivelazione. Si giunge a formare una religione costruita dall’uomo, con il culto
verso l’uomo, in una sorta di cieco umanesimo e di chiuso antropocentrismo (p. 273). È preso in esame anche il pensiero
del filosofo francese dell’umanesimo cristiano, J. Maritain, con l’amara conclusione che «
l’umano piega e corregge il divino. La creatura modella, ricrea il Creatore » (p. 284).
Il lettore si chiede legittimamente
il senso delle parole inserite nel titolo: “La Sinagoga bendata”. A chi si allude? che cosa s’intende? L’A.
lo chiarisce: « Quando diciamo ‘Sinagoga bendata’ facciamo una metafora,
operiamo cioè una sintesi che ci visualizza in un’immagine il ‘concetto verbale’ che la precede »
(p. 31). Egli si ricollega all’iconografia, la quale « spesseggia di rappresentazioni
della Sinagoga attraverso la figura simbolica di una donna bendata, velata, piangente, posta a volte nel contesto di scene chiave
del Nuovo Testamento. Altre volte, invece, più emblematicamente, in contrapposizione diretta con la Chiesa vedente e vincente
» (ivi).
Ciò comporta due
accezioni: una, immediata, secondo la quale nella Sinagoga bendata è raccolta tutta quella parte d’Israele, che rifiutò
di riconoscere nel Nazareno il Messia; l’altra indica il Vecchio Testamento, l’Antico Patto, presente alla nascita
del Nuovo. L’A. analizza, con spiccata sensibilità artistica e teologica, le sculture del portale nella cattedrale
di Strasburgo e l’affresco di Giotto, raffigurante il matrimonio di Gioacchino ed Anna, nella cappella degli Scrovegni a
Padova; similmente si sofferma su un bassorilievo di Benedetto Antelami nel transetto del Duomo di Parma, dove si rappresenta
una Depositio. In queste opere d’arte, d’antica data, si ritraggono in antitesi le immagini della Sinagoga
e della Chiesa, rivelando come la Sinagoga, umiliata, con gli occhi bendati e avvolta da un mantello oscuro, sia posta in contrasto
e sovrastata dalla Chiesa, giovane e aitante, pronta ad accogliere l’evento redentore del Cristo.
Un libro ricco, stimolante.
Non si nascondono alcune ripetizioni, alcuni ragionamenti discutibili; si rimane sorpresi per un certo disprezzo e forse rigetto,
espresso qua e là, del Concilio Vaticano II, il quale fa parte della storia e del cammino della Chiesa, sebbene debba essere
giustamente interpretato e capito alla luce dei precedenti Concilii e della dottrina tradizionale secondo una lettura di continuità
e non di rottura. Sono raccontate visioni personali o allegorie o immaginazioni, letterariamente suggestive, ma teologicamente
fumose. Si nota che la bibliografia citata è racchiusa tra gli anni 1960 e 1970, mentre sarebbe stato utile e maggiormente
probativo un confronto e un riferimento ad alcune produzioni recenti, com’è segnalato nell’Introduzione
di Livi.
Comunque si apprezza il
coraggio di avere esposto idee e convinzioni non allineate, ma che fanno parte del patrimonio dottrinale della fede cattolica,
senza intenti polemici o provocatori, ma piuttosto per amore della verità. Per questo ci auguriamo che siano prese in seria
considerazione.
Renzo Lavatori
* * *
DUE BREVI ANNOTAZIONI DELL’AUTORE.
Con i sentimenti più
grati per la bella recensione, mi sia consentita una breve delucidazione su due punti, chiariti i quali forse cadrebbero le ultime
remore del recensore (e del lettore che lo segue) sul mio studio.
Nell’ordine: riguardo
alla valutazione forse “dispregiativa” che mi si attribuisce per il Vaticano II (catalogare un magistero ecclesiastico
pastorale piuttosto che dogmatico), come faccio seguendo le indicazioni ufficiali, direi che questo non è
disprezzare, ma dare il giusto prezzo, ossia ricondurre valutazioni esorbitate e non eque alla loro misura originale. Va
tenuto presente, piuttosto, che alzare immeritatamente il valore formale di un concilio al valore di altri cui non è di
fatto e di diritto equiparabile, e di cui non possiede la forza vincolante, porta a un’implicita e specularmente inversa
svalutazione di quelli, cui è ingiustamente eguagliato; e questo è fatto più grave, da non potersi compiere.
In quanto all’ipotesi
di una sua espunzione, mi unisco caso mai a quelle voci che si levano anche da autorevolissime cattedre e che ne chiedono piuttosto
una ponderata esegesi alla luce della Tradizione magisteriale, cosa che deve avvenire e che sempre è avvenuta per
convalidare o invece invalidare tutti gli insegnamenti della Chiesa nei secoli. È chiaro che la Dottrina perenne da se
stessa manterrà tutti gli insegnamenti che le sono coerenti e casserà o emenderà tutti gli insegnamenti che
con essa non coeriscono. Questo è ciò che suggerisco con chiarezza nel mio studio, premurandomi di far emergere
con attenzione i limiti formali assegnati all’ultimo concilio dal papato stesso e depauperando invece quelle altre convinzioni
che, mi sembra non in linea con le indicazioni della Santa Sede, vorrebbero far eccedere l’assise da ciò che è.
Secondo punto, la terminologia
trinitaria: a volte uso il termine trinitarietà, oltre che trinità (oltre, non in luogo).
Mi stupisco un poco che un redattore di una rivista che si chiama " Divinitas " non colga la differenza tra i due termini.
Il termine trinitarietà, come divinità, indica il modus rei, ovvero la modalità di una
cosa (proprio come dice il prof. Lavatori), distinguendo questa funzione sintattica per cui si usa un nome astratto di cosa dall’altra
funzione, per cui se ne usa il corrispettivo concreto, in analogia a distinzioni quali veridicità, veritiero,
vero.
Il nome concreto vero
(il vero, la verità) indica infatti la realtà della cosa, dell’ente; l’aggettivo veritiero qualifica
invece il suo oracolo, la testimonianza che se ne fa; infine il nome astratto veridicità esprime la condizione nella
quale l’uno e l’altro si pongono.
Così Trinità,
trinitario, trinitarietà: con il neologismo coniato da Tertulliano si esprime la res dell’arcano
divino: un’Essenza di tre Persone; con l’aggettivo trinitario se ne qualificano (per esempio) le sue processioni
interne o la sua rivelazione: processioni trinitarie, rivelazione trinitaria; con trinitarietà si riconosce infine
la particolare qualità dell’essere in cui si può dare la cosa, in cui la si può scientificamente ipotizzare,
valutarne i requisiti, e finalmente accertare: la trinitarietà come condizione formale. Il senso del termine trinitarietà,
più che « sfuggente », vuole essere individuativo.
Metafisicamente: poiché
Dio è il suo essere, Egli è il vertice assoluto e infinito di tutte le più nobili perfezioni presenti
nell’unità – metafisicamente semplicissima – appunto del suo Essere. Dunque Dio è la sua
essenza, la sua divinità, la sua carità, la sua misericordia, la sua sapienza, e così via. E poiché
la Rivelazione insegna che Dio è – per noi misteriosamente – Uno e Trino, possiamo e dobbiamo dire che Egli,
essento appunto il suo Essere, è la sua Trinità e, pertanto, la sua Trinitarietà. Lo afferma, sia
pure in modo implicito, anche sant’Agostino, quando osserva che tutto ciò che è in Dio è Dio
(cfr. De Civitate Dei, XI, 10, 1).
Quindi la distinzione tra
un antico neologismo entrato nel patrimonio comune e un termine di nuovo conio che di quello definisce i presupposti non mi sembra
arbitrario, ma, piuttosto, doveroso.
Riguardo infine alla bibliografia,
volentieri avrei esteso i riferimenti da farsi ad autori anche più recenti del ’70 se solo avessi trovato nei moderni
quella garanzia di ortodossia dottrinale che va posta a guarentigia del lettore, stante la diffusione penetrante e incontrollata
di autori variabilmente svianti. La datazione dunque che faccio con la mia bibliografia è una scelta di campo: come a suo
tempo per i seguaci di Caifas, facciano oggi teologi e filosofi cattolici opere solidamente non macchiate da quella carnalità
segnalata anche da Lavatori recensendomi, e io non mancherò di segnalarle.
E. M. R.
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