Per
un filosofo è un’indegnità il dire che « il bene e il bello sono una cosa sola »; ma se
egli aggiunge « anche il vero », lo si deve picchiare. Sarebbe forse stato questo il commento che Friedrich
Nietzsche, padre della postmodernità, avrebbe prodotto di fronte al saggio, notevole, Ingresso alla Bellezza. Fondamenti
a un’Estetica trinitaria (prefazione di Elio Franzini, Fede & Cultura, Verona 2007, pp. 400, euro 30) di Enrico
Maria Radaelli, docente alla Pontificia Università Lateranense e direttore del Dipartimento di Estetica dell’Associazione
Internazionale “Sensus Communis”.
Alla base delle malattie
spirituali che affliggono il nostro tempo è possibile individuare un tratto comune: la negazione delle caratteristiche
originarie e strutturali dell’essere che determinano la fine di quell’ontologia per cui bellezza, bene e verità
sono proprietà tra loro imparentate, generando nichilismo e scientismo, relativismo e moralismo.
In particolare è
diffusa oggi una sorta di “irrazionalismo estetico”: svuotata del suo spessore, la realtà viene infatti percepita
in termini di pura estetizzazione e virtualità, solo ornamento e gioco ermeneutico. Eccola l’attualità delle
pagine di Radaelli, il quale ricorda che, contro quanto si afferma oggi, ogni elemento della realtà è una individualità
che, presentando caratteristiche d’identità e di differenza rispetto agli altri enti, entra in un nesso di intima
relazione con tutte le altre cose.
In questo modo, la realtà
compone una specie di armonia: una trama, segreta o manifesta, di legami o di parentele, di analogie e di simboli. Non solo. Tutto
quanto esiste, in quanto conoscibile da parte dell’intelletto e desiderabile da parte della volontà umana, possiede
intrinsecamente l’attributo della verità e del bene. Ora, tutte queste caratteristiche trascendentali (cioè
predicabili di ogni ente) passano necessariamente attraverso la “manifestazione” della cosa stessa: ossia attraverso
il suo “aspetto”, volto o immagine, che, apparendo nella sua bellezza, attrae e affascina, suscita piacere e gioia.
L’idea è importantissima:
la bellezza è via di accesso privilegiata al mistero dell’essere. Questa intuizione, intravista dagli antichi, ha
trovato il proprio grande teorizzatore in san Tommaso d’Aquino. Di più. Soltanto uno sguardo cristiano, dice Radaelli,
è in grado di rendere pienamente ragione della sponsale corrispondenza tra estetica e gnoseologia.
Il significato originario
di queste categorie esige, infatti afferma il cattedratico –, una concezione della realtà che trova esplicitazione
solo nel mistero del Dio-Trinità. Dal Padre, Mente divina e invisibile, procede il Figlio, il quale, come si sa dall’Incarnazione,
non ha uno, ma due Nomi: è, insieme, il Verbo di Dio e la sua Immagine visibile e sensibile. Centrata in Cristo, nella
realtà della seconda Persona della Trinità, si fonda, dunque, una feconda relazione: tra Immagine e Parola, fra
Bellezza e Verità, Forma e Contenuto, Aspetto e Significato, e, più in generale, tra realtà e pensiero. In
questo modo, è Cristo, divino incarnato, nella sua duplice natura divino-umana, nei suoi due Nomi, a costituire il principio
dell’arte. Nello stesso tempo, Egli, Risorto dai morti, Corpo Glorioso, ne indica anche il senso finale.
Infatti, cosa rappresenta
l’arte, se non l’espressione simbolica del desiderio umano di raggiungere una condizione di totale pienezza e perfetta
positività, di vedere la realtà tutta nel suo ultimo compimento? E come si chiama questo, se non desiderio di una
condizione risorta, desiderio di vedere Dio? L’arte ne è, appunto, prefigurazione. Per questo, tra l’idealità
divina degli splendidi ori ravennati e l’umano, difettoso bisogno di perdono e di redenzione dei neri caravaggeschi, non
vi è contraddizione. Per questo, il rapporto tra religione e arte non è estrinseco, ma intimo, di madre e figlia.
Anzi, la Liturgia istituita nella Messa è l’argomento principe dell’Estetica, avendo essa la sua origine e
il suo culmine nella Bellezza della Liturgia trinitaria.
Su questa base viene dunque
originalmente a delinearsi una teoria generale: la forma del linguaggio è la metafora e il linguaggio è metafora
della natura.
Se tra imago/linguaggio
e verbo/pensiero vi è relazione profonda, e se la realtà futura non annullerà, ma porterà a compimento
la presente, quest’ultima può certo considerarsi una buona “metafora” della prima. Realismo “analogico”
e simbolismo si sintetizzano in un’unica visione: l’apparire esteriore delle cose manifesta la loro interiore sostanza,
il visibile rivela e rinvia all’invisibile, la natura alla soprannatura.
Guido Rivoltai
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