Tutte le oltre quattrocento pagine del libro vertono su un solo, importantissimo concetto, che l'Autore enuncia così: «
Dio, se non è trino, nemmeno è » (p. 110). Io direi la stessa cosa con parole più precise: il
Dio di cui alcuni parlano negando che sia trino, non è il Dio che Cristo ci ha rivelato, ossia non è il vero Dio.
Qualcuno, tra i cattolici lettori del libro, obietterà: ma chi di noi ha mai negato che il vero Dio sia la Trinità?
Ma Radaelli risponderebbe che lo negano implicitamente tutti quei cattolici che sono soliti dire: noi crediamo a Gesù Cristo,
e dunque per noi esiste la Trinità, ma altri credono ad altri testi sacri, e per loro è concepibile solo il Dio
senza trinità di persone. La specificità del libro consiste per l’appunto nel riportare in superficie la fede
nella Trinità non come dato opinativo, ma conoscitivo, non come esito di umani ragionamenti ma come risultato della Rivelazione
divina: la Trinità non è ente logico scaturito dall’intelligenza umana, ma qualcosa di sommamente reale che,
prescindendo dalla mente umana e dal creato tutto, è l’unica realtà eterna nei cieli.
C'è da aggiungere
– su questo punto il discorso di Radaelli andrà arricchito in una seconda edizione – che il Dio dell'ebraismo
e dell'Islam non è il Dio della religione naturale, ma pretende di essere il Dio di una religione rivelata: non si presenta
come quel poco (quasi nulla) che la ragione naturale sa di Dio creatore, ma come una verità divina definitiva, assoluta
e irriformabile. Dunque, il Dio dell'ebraismo e il Dio dell'Islam non si collocano su un piano diverso e inferiore rispetto al
Dio del cristianesimo (questo competerebbe a una espressione storica della religione naturale), non si presentano come verità
iniziali e parziali ma pretendono di collocarsi sullo stesso piano del Dio cristiano per poi dichiararlo errore, eresia, bestemmia.
L'equivalenza delle tre religioni monoteistiche non è concepibile se non prescindendo da ciò che ognuna di queste
tre religioni considera la sua essenza, ossia la verità divina rivelata, e in particolare la verità su Dio stesso.
Ma che dialogo tra religioni
è mai quello nel quale si mette tra parentesi proprio la religione intesa come adorazione del vero Dio? Se invece questa
« messa tra parentesi » (Einklammerung) non viene operata, allora l'equivalenza della nozione di Dio
non può essere il terreno d'incontro per il dialogo. La logica aletica, prima di ogni altra cosa, impedisce che due o più
affermazioni assolutamente contraddittorie siano tutte vere allo stesso tempo e secondo il medesimo significato.
Su questo punto, dunque,
io do piena ragione a Radaelli: l’assioma che stabilisce l’identità dei soggetti adorati in tutte e tre le
« tre grandi religioni del Libro », per cui la Trinità adorata dai cristiani sarebbe il medesimo Dio
degli ebrei e degli islamici – malgrado che sia gli ebrei che i musulmani prescindono dalla rivelazione trinitaria e addirittura
la combattono – è un assioma privo di verità perché privo di logica; esso sintetizza tutto un discorso
pseudoteologico che non risponde alle esigenze della verità ma ad « altre » esigenze (non sempre nobili
e spirituali, anche se molto si parla di carità), e così finisce per diventare un deviante paralogismo compiuto
ai danni della fede del popolo cristiano.
L’affermazione di
Radaelli (« Dio, se non è trino, nemmeno è ») è sostanzialmente identica all’affermazione
di san Tommaso: « Dio è le tre Persone » (Summa theologiae, I, q. 39, art. 6). Questa conclusione
tommasiana l’Autore non la riporta nel libro, ma con essa risponde ad alcune obiezioni successivamente sollevate contro
la ‘novità’ delle sue argomentazioni, riservandosi di riprenderla in una futura edizione. Da ciò deriva
che la terza affermazione – quella ripetuta dai dialoganti a ogni costo, per la quale le tre grandi religioni del Libro
adorerebbero lo stesso Dio – si dissolve nell'insignificanza: ma resta nell'opinione pubblica cattolica l'effetto pernicioso
di un equivoco dottrinale; Radaelli arriva a dire, esagerando, che « tutta la teologia degli ultimi quarant’anni
si dissolve con essa » (p. 319). Dico « esagerando », non perché non condivida la gravità
del problema ma perché non condivido la sintesi che Radaelli fa della teologia cattolica degli ultimi quarant'anni, epoca
nella quale hanno operato anche tanti importanti teologi (si pensi ad esempio, per l'argomento che ci riguarda, al card. Charles
Journet) immuni da questi e da altri errori contemporanei.
Ma – ripeto –
il problema c'è ed è grave. L’Autore, avendo ben individuato nell'opinione pubblica cattolica quella mentalità
odierna intrisa di relativismo, di naturalismo e di evoluzionismo dottrinale, lungi da ergersi a giudice – non potrebbe
– raccoglie alcune parole proferite qualche decennio fa dallo stesso Santo Padre Giovanni Paolo II e le ripropone anche
con una certa aperta insistenza (di supplica), affinché "il Trono" prenda sulla questione una posizione definitiva,
autorevole, universale: un pronunciamento papale dogmatico che preservi la Trinità dai « falsi monoteismi
» dai quali metteva in guardia il cardinale Camillo Ruini (cfr. p. 196).
È indubbio che una
scelta del genere oggi ponga gravi, eccezionali problemi: problemi laceranti, problemi di coscienza via via più gravi con
l’aumentare delle responsabilità. Ma proprio qui va riconosciuto all’autore forse il suo più notevole
contributo: la chiarezza lucida, senza scampo, dettagliata e davvero esauriente fino alle più estreme conseguenze dell’esposizione
del problema. Questo libro, in un certo senso, più che un discorso è un fatto: esso valuta dei fatti compiendo dei
calcoli – i sillogismi – che poi valgono come altrettanti fatti. Se i fatti sono veri – sembra dire l'autore
–, riconosciamoli veri, riconosciamoli come realtà delle quali occorre tener conto; da parte mia, penso che siano
tutti fatti veri e gravi. Se invece a qualcuno non risultassero veri, allora sarebbe giusto pensare che non sono fatti, non sono
nulla, e avrebbero ragione quanti hanno letto il libro e non hanno detto nulla: perché del nulla non occorre parlare.
Prima di terminare, un
accenno all’impianto del volume. Nei suoi cinque capitoli l’argomento viene svolto secondo diverse prospettive intrecciate
tra loro, poiché è dal plesso che ne risulta, piuttosto che dai risultati raggiunti da una di esse, che l’autore
vede la forza della sua tesi: prospettiva logica, gnoseologica, metafisica, esegetica, storica, e, nel primo capitolo, anche psicologica
e iconografica (è proprio parlando della celebre Sinagoga bendata di Strasburgo che nasce il titolo della più esauriente
indagine che si poteva avere oggi intorno al rapporto tra la Sinagoga e la Trinità).
Da non lasciarsi sfuggire
le note, utilizzate spesso dall’autore come scrigni in cui rovistare per trovare autentiche rarità, come quella sopra
segnalata di p. 269, o la 2 di p. XIV, raro inventario dei vescovi traditori della verità: eretici dunque, in cui però
troviamo anche due straordinari modelli di conversione fino alla santità, e per l’autore modelli a possibili odierni
epigoni; o, ancora, la nota a p. 8 sul significato del nome « Simone » in rapporto alla persona di Pietro;
la nota 3 di p. 40 sui superlativi ebraici riferiti al Verbo. Segnalo tutto questo per sottolineare quanto il nostro studioso
cerchi in ogni dove di suscitare e trasfondere attenzione al fine ultimo delle sue pagine: l’adorazione plenaria al Verbo
appunto, cioè a Gesù Cristo, restituendo così al soprannaturale il debito primato nei cuori e al dogma il
debito primato nelle menti.
Tre importanti Appendici
completano l’opera: con un lavoro davvero notevole di selezione dei soggetti, Radaelli offre una documentazione rarissima
e preziosa del pensiero ispirato e secolare della Grande Tradizione intorno al centralissimo argomento, divisa in tre grandi sezioni:
chi siano i veri figli di Abramo; se esista un’ignoranza giudaica riguardo al Cristo; se esista una ‘dottrina della
sostituzione’. Se qualcosa non era ancora stato detto dall’autore, viene detto qui, dalle famose note raccolte nella
sua Bibbia dal vescovo Antonio Martini di Firenze tra il ’769 e il ’781.
Antonio Livi
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