Il vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, qualche tempo fa lo ha additato come opera « di prima grandezza
» all’interno del panorama teologica nostrano. Un libro che sbalordisce per l’inattualità dell’impresa,
elaborare « un’unitaria teoria generale della realtà » (scritto in maiuscoletto e grassetto
– abbellimenti tipografici sono disseminati con fanciullesca sovrabbondanza in tutto il corpo del testo) servendosi di una
disciplina scientifica anomala, la filosofia dell’estetica, poggiata però su due colonne millenarie, il sillogismo
e la proporzione aurea.
In effetti in queste pagine
si vola alto, salendo senza indugi negli « altipiani della Bellezza » senza alcuna voglia di tornare
a terra. Perché « il problema dell’uomo è il problema dell’adorazione, e tutto il resto
è fatto per portarvi luce e sostanza » come recita in esergo l’aforisma di Romano Amerio (1905-97), solitario
filosofo ticinese di cui Radaelli è allievo e continuatore. Ne discende che la filosofia dell’estetica coincide con
una dotta speculazione sul mistero trinitario, cui si accede tramite lo splendore atemporale della liturgia.
In effetti questo saggio
lascia a bocca aperta per il sereno e totale disinteresse nei confronti della storia. O meglio, secondo l’autore tutto si
decide con « l’arbitrario impazzimento della Storia posto in atto da Cartesio, l’intellettuale che
scarta il sì della realtà per il no che al fondo è il dubbio scettico », spalancando così
la strada a Lutero, che rompe con l’ottimismo cattolico e inaugura l’umanesimo incattivito, e agli artisti moderni,
panteisti e pagani che hanno abbandonato la lezione dei loro illustri predecessori. Tra i quali Radaelli predilige Caravaggio,
che fu un perfetto divulgatore del verbo tridentino al pari del Bellarmino.
Ricco di risonanze gesuitiche
– non a caso ha trovato credito alla « Civiltà Cattolica » – il saggio di Radaelli ha il
piglio di un trattato in difesa della verità della fede lasciata in balia di troppi faciloni e insidiata da nemici oscuri
e potenti (la massoneria è un suo chiodo fisso). Secondo l’interpretazione dell’autore, infatti, la chiesa
raccoglie oggi i frutti avvizziti di una deriva remota. Bisognerebbe ripartire dalla più pura metafisica neotomista, ma
i segnali lo sconfortano. (Una volta tanto, registriamo un attacco da destra alle istituzioni ecclesiastiche).
« Le greggi
istupidite arianeggiano, i Pastori le lasciano fare, le voci critiche belano, perché la comune cultura è infettata
da una comune lebbra, il naturalismo di satana ", diabolico in quanto « ultrapelagiano »: «
Lo schianto dell’adorazione volge intere generazioni al compiacimento delle opere proprie, senza considerare per
nulla la Croce, in una distorta concezione della Grazia ». Parole non proprio leggere. E dire che altrove Radaelli era
stato più tranchant, anche nei confronti dell’attuale Pontefice che qui viene però riabilitato, grazie soprattutto
alla sua decisione di liberalizzare la messa in latino.
Marco Burini
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