Enrico Maria Radaelli Romano Amerio.
Della verità e dell'amore
Marco Editore, Lungro, giugno 2005
pagg. 339 + XXXV, € 25
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Enrico Maria Radaelli Il Mistero della
Sinagoga bendata
Effedieffe Edizioni
Milano, dicembre 2002
Pagg. XXIX + 409 - € 30
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Il vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, qualche tempo fa lo ha additato come opera « di prima grandezza
» all’interno del panorama teologica nostrano. Un libro che sbalordisce per l’inattualità dell’impresa,
elaborare « un’unitaria teoria generale della realtà » (scritto in maiuscoletto e grassetto
– abbellimenti tipografici sono disseminati con fanciullesca sovrabbondanza in tutto il corpo del testo) servendosi di una
disciplina scientifica anomala, la filosofia dell’estetica, poggiata però su due colonne millenarie, il sillogismo
e la proporzione aurea. In effetti in queste pagine
si vola alto, salendo senza indugi negli « altipiani della Bellezza » senza alcuna voglia di tornare
a terra. Perché « il problema dell’uomo è il problema dell’adorazione, e tutto il resto
è fatto per portarvi luce e sostanza » come recita in esergo l’aforisma di Romano Amerio (1905-97), solitario
filosofo ticinese di cui Radaelli è allievo e continuatore. Ne discende che la filosofia dell’estetica coincide con
una dotta speculazione sul mistero trinitario, cui si accede tramite lo splendore atemporale della liturgia. In effetti questo saggio
lascia a bocca aperta per il sereno e totale disinteresse nei confronti della storia. O meglio, secondo l’autore tutto si
decide con « l’arbitrario impazzimento della Storia posto in atto da Cartesio, l’intellettuale che
scarta il sì della realtà per il no che al fondo è il dubbio scettico », spalancando così
la strada a Lutero, che rompe con l’ottimismo cattolico e inaugura l’umanesimo incattivito, e agli artisti moderni,
panteisti e pagani che hanno abbandonato la lezione dei loro illustri predecessori. Tra i quali Radaelli predilige Caravaggio,
che fu un perfetto divulgatore del verbo tridentino al pari del Bellarmino. Ricco di risonanze gesuitiche
– non a caso ha trovato credito alla « Civiltà Cattolica » – il saggio di Radaelli ha il
piglio di un trattato in difesa della verità della fede lasciata in balia di troppi faciloni e insidiata da nemici oscuri
e potenti (la massoneria è un suo chiodo fisso). Secondo l’interpretazione dell’autore, infatti, la chiesa
raccoglie oggi i frutti avvizziti di una deriva remota. Bisognerebbe ripartire dalla più pura metafisica neotomista, ma
i segnali lo sconfortano. (Una volta tanto, registriamo un attacco da destra alle istituzioni ecclesiastiche). « Le greggi
istupidite arianeggiano, i Pastori le lasciano fare, le voci critiche belano, perché la comune cultura è infettata
da una comune lebbra, il naturalismo di satana ", diabolico in quanto « ultrapelagiano »: «
Lo schianto dell’adorazione volge intere generazioni al compiacimento delle opere proprie, senza considerare per
nulla la Croce, in una distorta concezione della Grazia ». Parole non proprio leggere. E dire che altrove Radaelli era
stato più tranchant, anche nei confronti dell’attuale Pontefice che qui viene però riabilitato, grazie soprattutto
alla sua decisione di liberalizzare la messa in latino..