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che i cristiani redigessero i loro scritti sacri (quelli appunto, del Nuovo Testamento) ebbero
sotto gli occhi i libri sacri del popolo ebreo. Le élites culturali elleniste, probabilmente,
li conoscevano nella ottima traduzione greca alessandrina (detta dei Settanta), la stessa
cui fanno riferimento i libri del Nuovo Testamento. I cristiani colti non potevano certo sottovalutare
che Gesù aveva più volte citato quei libri ebrei, considerandoli massimamente
autorevoli e divinamente ispirati, e che, proprio a causa dell’interpretazione contrastante
di quei testi, Gesù fu giudicato reo di morte. Del resto gli apostoli di Gesù
sottolinearono, a partire da Pietro, proprio quel contrasto, sicché tutto il Nuovo
Testamento ne è pervaso. Tuttavia i cristiani tennero religiosamente cari i libri che
contenevano la profezia divina della vera identità di Gesù. Neppure la zavorra
dell’epica ebrea o il basso livello dell’etica antica, certamente ostici per i
cristiani romani e per i cristiani provenienti dal platonismo e dallo stoicismo, neppure il
ritualismo sanguinolento raccomandato da quei libri, convinsero la nuova Chiesa di Gesù
ad emarginare i libri dell’Antico Testamento, sicché il tentativo di Marcione,
nonostante i varchi da lui aperti, andò a vuoto. Restò però il contrasto
esegetico. L’interpretazione esegetica segnò la differenza religiosa.
2.
Il dogma tridentino sull’ispirazione divina e l’immanità dall’errore
dei libri del canone biblico parve già offeso dagli esegeti modernisti del primo Novecento
e Pio XII intervenne ripetutamente con documenti magisteriali per indirizzar positivamente
l’esegesi cattolica in concomitanza con un crescente influsso dell’esegesi protestante,
la quale era spesso sotto ipoteca spuria.
Quando
io studiavo teologia (ancora Pio XII regnante) era già chiaro che De Lubac apriva l’esegesi
cattolica ad interpretazioni fluttuanti e che Lyonnet poneva problemi che urtavano interpretazioni
esegetiche dogmaticamente definite. Ma con Giovanni XXIII divenne cardinale un esegeta gesuita
che favoriva l’apertura all’esegesi ebraica: Bea. Sotto Paolo VI l’ex Sant’Uffizio
si dette un nuovo regolamento e si associò due commissioni consultive e negli anni
assistemmo all’inclusione in tali organismi, uno teologico ed uno esegetico, di vari
teologi ed esegeti assai disponibili all’accoglienza d’interpretazioni di derivazione
ebraica.
Ci
furono reazioni qualificatissime tra gli esponenti dell’esegesi cattolica, ma i media
recepirono il nuovo indirizzo con amplificazioni che non badavano a sottigliezze. Si forzarono
anzi le direttive conciliari sull’esegesi in genere e sull’apprezzamento delle
religioni non cristiane (e dell’ebraismo in particolare).
Le
questioni che affioravano erano capitali. Gesù e gli apostoli da lui garantiti si erano
sbagliati? Scribi e farisei che condannarono Gesù erano nell’assoluta, radicale
e incolpevole ignoranza della rivelazione divina concernente Gesù? Le categoriche affermazioni
di Gesù sulla Nuova Alleanza e sul nuovo popolo universale dei credenti continuatori
della fede di Abramo, erano state equivocate dalla Chiesa?
Dal
tempo di Giovanni XXIII esegeti ebraici hanno avuto diffusione favorevole tra i cattolici,
dietro l’esempio di Maritian, si mostrarono disponibili alla benevola accoglienza di
pensatori ebrei, ma con Giovanni Paolo II si è giunti ad una direttiva davvero culminante:
la commissione biblica, organismo consultivo della Congregazione per la dottrina della fede,
ha emanato una istruzione esegetica, in cui si giunge a raccomandare l’utilizzazione
della psicoanalisi nella lettura della Bibbia.
Varie
voci critiche si sono levate contro tutto questo movimento e io vi ho aggiunto la mia, per
quanto modesta essa sia. E non la nascondo nemmeno qui, ora.
Anzitutto
ho utilizzato giornali e riviste per criticare teologi ed esegeti francesi, olandesi e tedeschi.
I novatori italiani dipendevano da loro. Poi ho tradotto in italiano un libro di critica sistematica
contro Maritain. Questo libro era stato edito da un filosofo/teologo argentino (J. Meinvielle)
e aveva avuto una edizione francese, ma in Italia era assolutamente ignorato. Io lo pubblicai
col titolo Il cedimento dei cattolici al liberalismo e vi aggiunsi una famosa critica
di Messineo, una demolitrice critica di P. V. Barbiellini Amidei, che Fausto Belfiori aveva
avuto il merito di rilanciare, e un mio puntuale resoconto su un convegno filosofico filomaritainista,
resoconto rilanciato da varie riviste. Il mio volume ha trovato lettori e consensi superiori
a ogni previsione.
Inoltre
ho tradotto e diffuso, in due edizioni, un altro libro di Meinvielle col titolo Influsso
dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano. In seconda edizione ho aggiunto una appendice,
che è un libro, in cui critico le superiori direttive di cedimento all’esegesi
ebraica. Anche questo volume ha avuto consenso. Ho diffuso in cinque edizioni una critica
sistematica della psicoanalisi, con la partecipazione solidale di cinque professori universitari.
In questo studio sono messe a nudo le matrici gnosticocabalistiche della psicoanalisi e i
principali complici italiani del suo accradetitamento nella Chiesa.
[…]
3.
Le numerose voci critiche che si sono pubblicamente levate contro le indicate tendenze esegetiche
sono, a mia conoscenza, soprattutto di ecclesiastici, dei quali io sono l’ultimo. Ma
ora si è levata, robusta e nitida, anche la voce di un laico. Robusta in quanto si
è espressa non con qualche articolo, bensì con un libro di ben 400 pagine, nitida,
poi, perché molto meditata e inequivocabilmente indirizzata.
L’autore,
Enrico M. Radaelli, non vanta nessun titolo accademico d’accredito specifico, ma la
sua scienza filosofica, teologica ed esegetica è invidiabile. Il titolo del libro è
Il Mistero della sinagoga
bendata e si riferisce a note raffigurazioni artistiche medievali
in cui l’esegesi ebraica (la Sinagoga) veniva rappresentata, appunto, con una benda
sugli occhi, incapace di vedere quel che l’esegesi cattolica (la Chiesa) invece vede
e adora.
La
sostanza del libro verte esattamente sui problemi che abbiamo sopra indicato, focalizzando
sia la rivelazione evangelica del mistero trinitario, sia la profezia evangelica della sostituzione
dei nuovi credenti che subentrano al vuoto lasciato dagli ebrei increduli, profezia fondativa
della Chiesa di Gesù. Ci sono pagine strettamente esegetiche, pagine piuttosto speculative,
pagine frontalmente polemiche.
L’esegesi
di Radaelli è indubitabilmente patristica, armonica col magistero impegnativo dei pontefici
romani, assolutamente incontestabile secondo i criteri tradizionali della teologia cattolica.
Il
discorso speculativo di Radaelli, stretto nelle venti pagine del par. 26, io lo condivido
pienamente. Se la memoria non mi falla, il mio amato maestro B. Lonergon argomentava similmente,
con tutto l’armamentario metafisico medievale che egli possedeva in modo esemplare.
Ma
il lettore non allenato ai criteri della teologia cattolica non deve equivocare: non si tratta
di una dimostrazione filosofica, ma di una concatenazione che si snoda all’interno della
fede, dati certi presupposti divinamente rivelati. Anche le argomentazioni che Radaelli propone,
basate sulle attribuzioni delle divine persone, sono “di convenienza”, ma fanno
onore alla sua intelligenza e cultura e rendono un buon servizio al lettore che ama meditare.
A Giovanni Paolo II Radaelli rivolge domande accorate, ma al predicatore della casa del papa
il nostro autore non perdona nulla (e ha tutte le ragioni). L’autore riconosce, invece,
al Card. Ruini la percezione del problema che lo angoscia.
Dal
punto di vista letterario il libro apparirà criticabile (soprattutto la prolissità,
ma anche per lo stile e per la stessa struttura), ma queste sono questioni minori. L’editore
milanese Effedieffe, come tutti i piccoli editori, non riesce a rendere il libro facilmente
accessibile (passi che vi abbia lasciato dentro una cinquantina di mende), tuttavia ha fatto
opera meritoria.
Questo
libro di Radaelli mi pare un “segno dei tempi”: un laico colto, maturo, cosciente
dei propri diritti ecclesiali, usa della “libertà di critica ammessa nella Chiesa”
precisamente per rendere un servizio alla Chiesa, per aiutare a riflettere e ponderare meglio
lo zelo, con la sola preoccupazione della fedeltà all’ortodossia, vissuta con
amore indubitabile.
È
probabile che egli non abbia risposta, perché gli interlocutori che egli chiama in
causa si ritengono intangibili e pensano abitualmente che “i ragli dell’asino
non arrivano in cielo”.
Non
ha importanza: il seminatore non deve voltarsi indietro: altri raccoglieranno.
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