Testo
inedito di Romano Amerio, frutto di una registrazione effettuata dal Curatore, successivamente riascoltata e corretta a Lugano,
nello studio in via della Cattedrale, e successivamente nella clinica di Moncucco (dove l’anziano professore veniva ricoverato
durante le crisi polmonari cui era di mano in mano più soggetto), in tre incontri avvenuti nel novembre del 1996.
La morte sopravvenne alle
4 di notte del 16 gennaio 1997, poche ore prima il compimento del novantaduesimo anno. Dunque questi pensieri – insieme
alla Premessa del postumo Stat veritas. Seguito a «Iota unum» – si può dire che costituiscano di Romano Amerio una sorta di
testamento spirituale, e come tale vanno ponderati.
* * *
Parliamo qui del dolore
che un uomo subisce: materiale, morale o spirituale che sia. Questo dolore può essere accettato, e persino benedetto, ma
può essere anche rifiutato.
Il dolore rifiutato non
dà nessun frutto, né per chi lo rifiuta, né per chi non lo rifiuta. Non è come del dolore benedetto
da chi lo riceve, che giova anche a coloro che non sanno che giova: un uomo prega per la guarigione di un malato e il malato trova
vantaggio da queste orazioni, ma neanche sa che si è pregato per lui.
Invece il dolore che è
proprio rifiutato, rigettato in maniera rabbiosa, irata, è un dolore che non produce alcun effetto positivo per nessuno.
È quindi la sola
cosa al mondo che sia un puro male. Un male cioè che non ha nessun lato dal quale esso si possa prendere come bene.
È un male che è solo male, e, per questo, è una condizione infernale.
In fondo, è un problema profondo e difficile, perché si sarebbe trovata una cosa sulla terra che è puro male.
Qui si pensa a quell’uomo
che sta in una situazione di dolore non soltanto subìta indifferentemente, ma positivamente abominata, odiata, positivamente
maledetta; si pensa a un uomo che positivamente addirittura bestemmia il proprio dolore.
Allora il dolore perde
ogni significato, è un dolore senza senso: non possiamo pensare che ci siano masse di milioni di uomini che soffrono e
maledicono il proprio dolore e che tuttavia, per questo loro dolore – da loro maledetto – possano giovare ad altre
nazioni come giova il dolore offerto.
Il dolore maledetto è
un dolore che perde significato, diventa un male assoluto, un male che è tutto male, un male e basta.
E, da questo punto di vista
metafisico, la cosa è estremamente importante, perché ci si troverebbe in presenza di un male non riducibile a nessun
bene, a un male allo stato puro, come lo si trova solo all’Inferno, perché, come il dolore dei dannati, non giova
a nessuno. 1 [In realtà anche il dolore dei dannati giova: a loro stessi,
che hanno così modo di scontare la pena, e alla giustizia, che viene così riequilibrata. Ma qui l’Autore intende
dire che il dolore dell’Inferno non migliora, non fa bene, non procura del bene ad alcuno, come dice all’inizio (ndc)].
I dannati sono dannati
perché subiscono la pena del danno, subiscono un dolore che è la continuazione imperitura del dolore che già
avevano ricevuto sulla terra, come tutti gli uomini che ricevono dolore ma, ricevutolo, non lo offrono, non lo ridonano, orando
il Cristo e impetrando perdono per i proprii peccati e alleviamento per le pene altrui.
Ma essi, ricevendo come
tutti gli uomini dolore, male e pena, maledicono e reiettano queste tristi condizioni, e maledicono e rifiutano anche il danno
subìto di conseguenza.
Morendo poi in quella condizione
di rifiuto e di odio verso il male ricevuto per l’umana condizione, non avendolo offerto a Dio in umile preghiera per il
bene proprio – della propria anima, non del proprio corpo che di lì a poco sarebbe morto e poi decomposto –
e dei proprii similari fratelli, in quella situazione di danno permangono anche dopo morti.
E rimangono fissi per sempre
nel loro proprio male che li incatena. A causa di queste catene infatti gli uomini si chiamano cattivi, da captivitas,
perché non hanno saputo liberare il loro corpo con un desiderio positivo della propria anima: di aprire la porta verso
gli altri, di far uscire come un flusso benefico ciò che attraverso il corpo era entrato come un macigno malefico.
Quindi, l’unico modo
per non dannarsi – già qui sulla terra – è pregare, è offrire a Dio, sorridendo, il proprio dolore,
accettando, accogliendo la propria finitudine, la propria natura che non può non andare a morire; è offrire questa
natura a Dio che l’ha creata e che, così ricevuta una seconda volta – e definitiva – dal cuore contrito,
la ‘ricrea’ nella redenzione che la farà vivere davvero nella gloria, in eterno.
Ogni uomo dipende quindi
da tutti gli altri uomini. L’uomo che non vuole dipendere da altri può provare a fare da sé, certamente, quando
vuol essere causa a se stesso e, in una certa misura, può anche riuscire in questo intento, fintanto che le scelte da compiere
sembrano dipendere in larga misura da giudizii personali.
Ma l’uomo certamente
non vuole che il proprio bene. Non vuole positivamente per sé né malattie, né privazioni, né mali
morali, né infine la morte. Ma tutte queste cose gli sono connaturali e, contrastando la sua volontà, ne hanno il
sopravvento, lo vincono: ne vincono il corpo, ne vincono il morale – la psiche, l’affetto, la volontà, perché
la privazione massima che è nella morte ha la meglio sulla volontà di non essere annientati da questa privazione
–, e rimane solo lo spirito, che da queste due parti dipende.
‘Dipende’.
Ancora questo predicato fatidico. E le cose stanno così: per gli uomini che riconoscono in sé lo spirito, lo spirito
esiste (si fa loro vedere). Per gli uomini che allo spirito non credono, lo spirito non esiste (gli viene celato, nascosto come
non esistesse). Costoro muoiono nei loro corpi e nella loro consistenza morale: la loro stessa volontà, che li ha fatti
scegliere per un giudizio di condanna dello spirito, li porta alla morte conseguente e coincidente con l’inerzia biologica
della materia.
Gli uomini che, al contrario,
credono anche allo spirito, e ad esso credono come forma e causa del loro corpo e della loro anima animale, la psiche, ecco che
per costoro lo spirito davvero si fa causa di ulteriore vita. L’esistenza dello spirito dipende dalla nostra volontà.
Ma quando lo spirito esiste, tutta la nostra vita viene a dipendere da esso.
Quando poi in un uomo è
data libera esistenza al suo spirito, ecco che quest’uomo, ricevendo dal mondo circostante del male – vuoi che sia
del male materiale, vuoi che sia male affettivo o morale – non chiude questo male in se stesso, come in una scatola dolorosa
di male assoluto e indipendente da tutto, ma ne tiene aperto un varco di uscita che non può essere che di dono, di offerta
gratuita, di regalia di dolore.
Questo scorrimento delle
acque del dolore tramuta il male doloroso, per volontà dell’uomo – volontà libera di fare quest’offerta
o di non farla –, in bene per gli altri uomini, che quindi da esso dipendono: la vita degli uomini dipende dalla volontà
di un uomo di dare o di non dare agli altri il proprio dolore.
Romano Amerio
Lugano
Novembre 1996
* * *
UNA
BREVE CONSIDERAZIONE. Questi pensieri andrebbero integrati dalle riflessioni che l’Autore in altri momenti faceva
sull’intelletto, che è l’anima e il cuore dell’anima dell’uomo, per cui è propria all’intelletto
la virtù ultima di salvare o non salvare l’uomo (v. Stat Veritas, chiosa IV, § III). Per tale motivo ad Amerio
stava a cuore, e molto a cuore, la dottrina della ateoreticità dell’errore, in cui si afferma la necessità
di ragionare fuori del cono d’ombra delle passioni, le quali infirmano il ragionamento, e con il ragionamento infirmano
il retto percorso che compie l’intelletto sulla strada che lo fa riconoscere creatura, quindi peritura, quindi
dipendente – nelle mani di Dio suo creatore (il Verbo, propriamente) –, quindi finalmente ben disposta all’opera
di redenzione da lui stabilita per ridargli vita eternamente.
E ancora questi pensieri
andrebbero integrati con le considerazioni che l’Autore compiva sull’assenso, che sarebbe porta aperta al flusso
del bene, e che dunque riporta per lui la carità e l’amore in connessione di dipendenza con l’intelletto –
che assente o non assente per via di un giudizio dato da calcoli e sillogismi previi – così riconfermando per ulteriore
via che ogni cosa fluisce bene sulla terra unicamente se sulla terra viene riconosciuta la corretta disposizione delle Essenze
nei cieli: prima il Verbo, l’intelletto, poi la carità, la libertà, la volontà, l’Amore.
Non si afferrerebbe nella
sua reale e composta integrità il pensiero di Amerio se non lo si calibrasse e collocasse ordinatamente nel luogo che gli
è proprio, sotto cioè il firmamentum stabile e primalitativo dell’impero universale del Verbum, principio
di tutte le cose e – nelle essenze trinitarie – principio dell’amore.
Un’ultima considerazione
va infine fatta in ordine al concetto di persona, che acquista nel pensiero di Amerio sul valore del dolore rifiutato un
risalto pieno: se il flusso di offerta – di amore – procede, e dunque procede da un individuo all’insieme degli
individui che anche largamente e anche inconsapevolmente lo circondano, si realizza pure la realtà della persona secondo
la più classica definizione boeziana, di individuo razionale relazionato a una specie; al contrario, il blocco del flusso
caritativo inibisce statim la realizzazione della persona, poiché, come dice Amerio, la natura razionale, spirituale,
non essendo riconosciuta muore, e, essa perimendo, non più partecipa alla donazione di vita (di relazione) ad altre
creature.
E. M. R. |