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Se l’atto (la guerra) è referente alla dottrina (la religione), ne è anche trasceso, come il percorso è determinato
dalla sua misura.
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3.
LA SOLUZIONE PRAGMATISTA. Visto pur sommariamente come la religione è carattere vivo e presente dello spirito umano,
cioè un valore, ci si presenta ora il problema della graduatoria su cui esso deve essere fissato. E questo è sostanzialmente
il problema religioso, problema di valori come tutti i problemi dello spirito. È un valore definitivo o un valore superabile?
È un punto solo della traiettoria dello sviluppo umano e del divenire della storia, o è la traiettoria stessa? Cioè:
la religione, come valore, trascende o no tutti gli altri gradi dello spirito? La realtà della religione non è negata:
se ne discute invece l’apprezzamento, la estimazione. Tali i quesiti pendenti. Ebbene, come si è comportato il pensiero
moderno? Quali risposte ha dato? Che valutazione ha fatto della religione?
Se ogni raggruppamento non
fosse di per sé una violazione dell’interezza logica e una defraudazione di quelle vive diversificazioni che sono l’impronta
dello spirito, io direi che tutto il travaglio filosofico moderno intorno al problema religioso si polarizza lungo due grandi linee
direttive: pragmatismo e idealismo. 1
| Pragmatismo e idealismo, in quanto corni di un'unica tenaglia anticattolica,
vanno entrambi combattuti.
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L’una e l’altra in diversa misura, terminano in una sottovalutazione. La prima ignora il quadro teoretico, l’altra
lo pone, ma come antitesi di un inferiore momento dello spirito, di cui è superamento, a sua volta risolvibile in un processo
ulteriore di sintesi. L’una e l’altra hanno questo punto di convenienza: il contrasto con la posizione del pensiero
cattolico. Io mi sforzerò di dare un’idea del contenuto proprio di ciascuno di questi filoni filosofici, per poi accennare
brevemente alla pretta valutazione ortodossa del problema, secondo i concetti cristiani.
La valutazione pragmatista.
È rilevantissima nel pensiero moderno.
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Il pragmatismo è falso: non dà alla religione la condizione
teoretica che le appartiene come principio del suo essere.
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Essa riguarda la religione come un valore puramente pratico, normativo, pragmatico, senza giustificazione teoretica, anzi con le
esigenze teoretiche insanabilmente contraddittoria. Tale scuola denominata pragmatismo dall’energica rivendicazione del valore
della vita pratica in tutto il campo del pensiero, iniziata da Maurizio Blondel nella sua opera L’action, 2
diffusa dal Laberthonnière 3 in Francia e da Papini 4 in Italia,
ha gemmato ramificazioni in tutti i capitoli della filosofia ed ebbe una sistemazione per certi rapporti organica e completa da
William James 5 e dallo Schiller. Il pragmatismo risolve il rapporto tra cognizione e azione, tra teoria
della vita e pratica della vita, come un rapporto di determinazione: il valore pratico è la determinante del valore teoretico.
Se un giudizio è buono, cioè eticamente valido, utile agli effetti della vita è ipso facto vero. Se una credenza
ha valore pratico, non può non avere anche valore teoretico. E viceversa ciò che è destituito di valore pratico
manca, contemporaneamente e in forza di questa deficienza stessa, anche di autorità teoretica. Vista alla luce di questo
indirizzo la religione non è un valore perché oggettivamente vera, ma solo perché alle sue enunciazioni si
riconosce un’efficacia sulla vita onesta. Cioè: i dogmi non hanno rispondenza in un contenuto reale, ma la religione
è tuttavia un valore « perché comportandosi come se quelle enunciazioni dogmatiche fossero vere, l’uomo
si moralizza, trova pace, si eleva ». 6
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Il modello kantiano di religione (= elemento moralizzatore della
vita privo di basi teoretiche), con il modernismo entra nella Chiesa.
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Come chiaramente risulta, la religione, in questa dottrina diventa un rapporto stabilito fuori della razionalità, in ordine
soltanto alla forma di condotta e da questa soltanto in qualche modo convalidato. Il fenomeno religioso non sussiste più
come manifestazione intrinseca della natura umana, come necessità insopprimibile nella dialettica dello spirito, ma come
fatto di provenienza estrinseca determinato da svariati fattori che vanno dall’influsso emozionale soggettivo e dalle esigenze
sociali alla necessità politica e al metodo di governo: la religione come fomite di ordine, di fratellanza, di onestà
e come freno al vizio e alla malvagità, la religione come rapporto empirico tra la realtà attuale e i fini della vita.
Insomma la religione valutata per la sua virtù operativa e inibitiva: la religione valore pratico e non-valore teoretico.
Tale apprezzamento è emigrato dal campo dichiaratamente eterodosso al campo ortodosso, in certi atteggiamenti del modernismo
7 ed era anche diffuso come concezione corrente.
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Il sistema kantiano è sostanzialmente antidogmatico, cioè anticristico. |
Trascurata la contenenza teoretica della religione, si riversava sui corollari etici direttivi ogni sua validità e pregio.
Va bene, si diceva, non discutiamo la sostanza conoscitiva del credo religioso, i suoi aspetti intellettuali astratti. Ciò
che importa è la sua efficienza come parte integrante dell’azione, della condotta, come conduzione etica, come elemento
moralizzante della vita. Lasciamo stare le pretese di verità: la religione risolve o no il problema delle tendenze, del dolore,
delle disarmonie, degli scopi? Basta: essa vive di interessi pratici. Atteniamoci a questo: la religione è qui.
Ora non c’è
modo più centralmente erroneo di apprezzare il fenomeno religioso. Sottovalutarlo come formazione teoretica, per farne una
riduzione a norma empirica di condotta è psicologicamente e metafisicamente falso.
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Ogni pensiero è un atto: l'atto del pensare, e la condotta è lo specchio di questo pensare.
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L’antinomia tra ragion pura e ragion pratica posta da Kant è destituita di fondatezza. Di fatto non è possibile
una distinzione reale tra pensiero pratico e pensiero speculativo: ogni azione è permeata di pensiero, come ogni pensiero
in ultima analisi è atto e quindi riferibile alla ragion di azione. E un atto che non si ripeta dalla razionalità
non è atto umano. Ma poi la condotta è sempre l’equivalenza di una concezione, è la concezione storica,
cioè nella vita, di una data formulazione conoscitiva. E allora come sarebbe possibile affermare la validità pratica
della religione, negando, o anche solo accantonando la sua validità teoretica? Tale sdoppiamento è assurdo: sottraendo
il fatto religioso alla razionalità, esso non può aver altro significato che quello di porlo simultaneamente fuori
dell’umanità. Non è umano se non quello che è razionale. 8
Se la religione esula dalla
razionalità, come sostiene il pragmatismo, essa è un non-valore,
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Valore totalizzante della religione: valore prima normativo, di
legge (Verbum), quindi volitivo (Spirito Santo); l'Autore tornerà di nuovo sull'argomento un anno prima di
morire, nella conferenza tenuta ad Albano per registrazione La distorsione della Monotriade (v. anche Iota unum,
§ 197, p. 296). |
non solo dall’aspetto teoretico ma genericamente. Ogni fatto è anteriormente un pensato: quest’implicanza è
necessaria. Ogni schema pratico è la risultanza e l’elaborazione di un dato intellettivo. Falsa la formulazione, falso
lo schema pratico, la condotta, la vita, cioè incompatibile con la concezione etica che è poi ancora razionale. L’uomo
è un’unità: non può essere falso per l’intelletto ciò che è vero per l’azione.
Un valore pratico non può fluire che da un valore teoretico, pena la dissoluzione dell’unità dello spirito,
senza la quale niente più ci riuscirebbe intelligibile, e la vita stessa un disordine.
Il vero è che la religione
non è un valore né esclusivamente teoretico né esclusivamente pratico. La religione è un valore di totalità:
è enunciazione del vero che adegua la conoscenza, ed è presentazione di una normatività che dirige l’apprensione
volitiva e informa la condotta. È valore fondamentale perché inviluppa tutto l’uomo. È valore sommo perché
supera la natura, se non nella sua funzione che inerisce all’uomo naturalmente, nella sua essenza che si ripete da Dio stesso.
È valore universale perché storicamente costante e necessariamente presente al divenire spirituale dei popoli.
Atto cosciente, perpetuo,
razionale, la religione è in grado preeccellente l’espressione delle esigenze più fondamentali e profonde della
vita. (Segue) |
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1 Trascuro di proposito
la concezione positivistica come quella che non trova più autorità nello stadio attuale del pensiero.
2 Maurice Blondel, L’action, Parigi. L’edizione originale, esaurita da molti anni, è
ormai rarissima. Una esposizione abbastanza fedele del pensiero blondelliano è contenuta in Luigi Stefanini, L’Azione.
Saggio critico sulla filosofia di M. Blondel, 1 vol. in 8, Albrighi e Segati, Milano 1915, mentre una buona versione dell’opera
del pragmatista francese è quella del Codignola, pubblicata nella Collezione Codignola da Vallecchi, Firenze, in due voll.
L’opera L’action del Blondel, quantunque contenga adesioni esplicite a correnti di pensiero non cattoliche,
non fu colpita di condanna dalla S. Congregazione dell’Indice. L’autore, che si professa cattolico, fu soltanto invitato
a non permettere la riedizione della sua opera, consiglio al quale saggiamente aderì. Espressamente condannata e inserita
nell’Indice dei Libri Proibiti fu invece l’opera dell’ex abate Lucien Laberthonnière, più chiara
ma meno fondata espressione della moderna tendenza pragmatistica.
3 Laberthonnière, Essais de philosophie religieuse.
4 G. Papini, Pragmatismo, Vallecchi, Firenze 1911, 1 vol. di pagg. 200.
5 Di W. James vedi particolarmente i Principi di Psicologia, tradotti da Ferrari e Tamburini, ai
Capitoli XXVII, XXVIII, XXIV, e il volume Volontà di credere, Libreria Editrice Nazionale, Milano 1912, esposizione
completa del pragmatismo religioso.
6 Vedi i bellissimi saggi di Guido Matiussi SJ, uno dei più vigorosi e profondi propugnatori della
filosofia nostra, su L’Atto di fede, su Fede e mente moderna e su La via alla capacità della fede,
in « Rivista di filosofia neoscolastica », anno 1918.
7 Per una conoscenza dei rapporti tra modernismo e pensiero moderno è da prender visione dell’interessantissimo
volume di G. Gentile, Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia, Laterza, Bari 1909.
8 Non intendo con questa affermazione di straniare dalla sfera dell’umano tutto quello che
lo trascende. Precisamente l’opposto: il soprarazionale entra di necessità nell’umano e proprio in forza di
una esigenza razionale.
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